Oggi è una domenica pomeriggio di “pre-estate” e, avendo un po’ di arretrati, ho pensato di recarmi a lavorare a Parco Ravizza. Un’ottima idea dato che, a parte qualche zanzara (!), al fresco e col silenzio del Parco si sta bene e lavorare è rilassante. Dopo due ore però ho dovuto sospendere l’attività, e chiudere il computer (si era scaricato) e passare all’iPad con significative limitazioni.
Tutto perché nei parchi non ci sono le prese di corrente!
In questo momento sarei (come credo altre persone) anche disposto a pagare per una ricarica di corrente. 1€ per mezz’ora? Può avere un valore economico? Oppure si potrebbero sponsorizzare dei punti ricarica, impiegherei un minuto o due volentieri per leggere o interagire con dei messaggi pubblicitari per avere la mia ricarica e continuare a lavorare.
Perché ciò non avviene? Credo per pigrizia o inerzia del sistema. Proviamo a dargli una spinta? Ho lanciato una causa su Causes.com e facebook, se anche voi volete le prese di corrente nei parchi a Milano aderite e “fate un po’ di rumore” portando altre persone interessate, poi, strada facendo, ci organizzeremo meglio.
Trovi la causa qui:
Disclaimer: questa iniziativa è individuale privata e scollegata da Hagakure o qualsiasi cliente dell’agenzia per cui lavoro.
iPad è stato presentato come il “Salva Editori”, il device in grado di far tornare i publisher in condizione di vendere le proprie notizie. In effetti le premesse ci sono: iPad e iTunes sono un’ottima “billing platform”. Molte importanti testate si sono fatte trovare pronte all’appuntamento con una App già avanzata in termini di sviluppo e con contenuti già a pagamento. Tra questi anche alcuni editori italiani. Vediamo un primo raffronto.
Una schermata di accesso che è in sostanza un piccolo “store” con l’archivio copie da comperare a € 3.99 l’una. Un menu intuitivo e pensato per il supporto e corredato di guida illustrata alla lettura su iPad (chapeau!).
Notevole il livello di multimedialità già in questa prima release. La navigazione delle storie e delle immagini è molto efficace e spettacolare e ci sono già parecchi contenuti video: su alcune pubblicità come mera trasposizione di spot, più utili e fruibili dentro le notizie.
In sintesi: buona la leggibilità. Ancora sperimentali le pubblicità, sembrano una pagina di mensile cartaceo trasposta, con in mezzo un video (si può fare meglio…). Poco chiaro l’uso di alcun video ripresi da YouTube: saranno stati riconosciuti i diritti agli autori del video? Come ci si deve regolare in questi casi?
Da un paio di giorni mi è arrivato un iPad 3G 64gb. Alcune impressioni a caldo ( + positive – negative):
+ unboxing veloce e ipad subito pronto all’uso con batterie cariche e tutto preinstallato: apri e vai!
+ dimensioni perfette, facile da tenere in mano, ruotare, usare.
+ tastiera intuitiva e praticissima.
+ batterie di lunghissima durata (oltre 10 ore lavorando in wifi)
+ visione limpida e luminosa, anche per la semplice lettura di un libro solo testo con ibooks
+ gestione della mail straordinariamente efficace, più pratica che col computer…
- ancora poche App disponibili sullo store italiano
- gestione dei documenti un po’ macchinosa (CONSIGLIATISSIMO DropBox per iPad)
Potete leggere una mia veloce recensione anche su wired.it cliccando qui. Complessivamente il giudizio è nettamente positivo. Io ne faccio un uso lavorativo (per riunioni fuori ufficio o brevi trasferte non porto più il computer: gestisco tutto con iPad) e in certe occasioni di leisure (il sabato te lo puoi portare dietro per leggere e keep in touch attraverso i social network)
Voi che uso ne fate?
Quali punti positivi o negativi avete trovato?
P.S.: Questo post è scritto con iPad
P.S.2: Attenzione che uscire con iPad è come uscire con una cucciolata di Dalmata, vi fermano per strada, letteralmente.
P.S.3: un video carino e originale: voi come usereste l’iPad col velcro?
Trovo sul blog di Massimo questa foto di Steve Jobs (Founder e CEO di Apple) e Eric Shmidt (il CEO di Google) ritratti a chiacchierare in un coffee shop. Steve ha la sua immancabile “divisa”: jeans, NewBalance e girocollo nero, Schmidt è appena più formale, ma lontano anni luce da come ci immagineremmo il CEO dell’azienda più potente del pianeta (e qui non so bene nemmeno io se mi sto riferendo a Google o Apple).
La Silicon valley è un posto strano, oggi è l’epicentro mondiale dell’industria tecnologica e (ormai anche) media, è stata la culla della cultura Hippie in cui la rivoluzione digitale affonda le radici, è il nord della california, quello della corsa all’oro, il Far West, insomma, terra di conquista da sempre. Dalle culture hippie, freak, hacker e dai crogioli culturali di Stanford e Berkeley è nata un’onda sismica che sta influenzando tutto il mondo, la rivoluzione digitale se la sono immaginata nei campus del nord california negli anni 70 e oggi sta riscrivendo le regole dell’economia globale. E lo sta facendo in blue jeans, portando con sè anche una nuova “eitiquette” del business.
Questo ambiente misto di cercatori di fortuna, crediti universitari sogno americano e aspiranti rivoluzionari ha generato forse il più grande sistema meritocratico della storia dell’uomo. La Valley attira i talenti di tutto il mondo e li centrifuga estraendone ogni anno una next big thing. C’è troppo da fare e da creare in un posto così per avere il tempo di andare a vestirsi da Caraceni, come dice Massimo.
Ho condiviso il post su facebook e ne è nata una vivace discussione su sartorialità, meritocrazia e brain-drain (fuga dei cervelli) con testimonianze interessanti da chi vive in USA: incollo qui sotto alcuni estratti, la conversazione intera è qui.
Qui in USA c’e’ un forte desiderio del fare … e si parla solo quando si e’ fatto. Il sistema fortemente meritocratico auto-elimina in manierla naturale chi parla parla … e poi l’arrosto non arriva mai
a mio parere in Usa si agisce, in Italia si pensa e si parla di agire…e non resta tempo per concretizzare. condivido apprezzamento per pragmatismo e per capacità di pensare in grande USA.
Il sistema quasi esclusivamente internazionale e di immigranti (piu di 130 razze e lingue),e’ stato strutturato in maniera rigida e pragmatica tale da fare girare al meglio tantissimi ingranaggi sociali delicati … ricordiamoci che la gente e’ scappata da ogni parte del mondo per venire qui,a cercare fortuna,allontanarsi da situazioni spiacevoli edifficili o non condivise, intravvedendo un posto migliore dove imparare e crescere. Non che il sistema non abbia difetti, ma sicuramente e’ un posto migliore dell’Italia dove crescere e lavorare, e alla base sta etica, fiducia e rispetto verso il prossimo, parole (grosse e) rare in Italia. Mi piacerebbe poter portare un po’ di “cose buone” qui dalla Silicon Valley e potere migliorare un po’ il sistema Italia … ma la vedo difficile,forse rimarra’ un discorso possibile solo generazionalmente. Si potrebbero anche portare e metterle in pratica ma mancherebbe l’ecosistema. Certamente il brain-drain non porta da nessuna parte, ma basterebbe cosi poco per poter essere apprezzati anche nel Bel Paese.
—
Emergono chiari due temi, a mio modo di vedere: formalismo (anche burocratico) e assenza di meritocrazia, forse i veri freni allo sviluppo del nostro paese, oggi ancora più frenanti in una economia globale e in real time. Che ne pensate? Ce li vedete Berlusconi e Geronzi in New Balance? Che poi, secondo me, la meritocrazia l’abbiamo inventata noi proprio con le “botteghe”, no?
Venerdì l’Italia era un po’ più corta, più vicina. La foto qui sopra secondo me simboleggia benissimo una giornata in cui siamo scesi a Catania a dare una mano alla città a ripartire, un piccolo aiuto il nostro, forse solo simbolico, a una grande città con una storia travagliata. Dare una mano e darsi una mano, fare networking con un sacco di persone interessanti con cui i contatti attraverso la Rete stanno moltiplicandosi in quese ore dopo le giornate catanesi. Devo ringraziare gli organizzatori del Barcamp tenutosi venerdì scorso a Catania e il Comune di Catania e il gentilissimo e cordiale Sindaco Stancanelli per avermi invitato (assiemeatantialtribloggereamoltiamici) agli Stati Generali dell’Innovazione, [UPDATE: su organizzazione e sponsor è uscito un post che mette in luce aspetti poco chiari, sui quali non saprei dire, ma per dovere di cronaca qui c'è il link: http://antoniotombolini.simplicissimus.it/2010/03/stati-generali-a-catania-telecom-o-non-telecom-innovazione-one-group-srl-e-una-piccola-scoperta-pompa.html] [UPDATE 2 La pseudo indagine si sta rivelando una vera e propri cantonata.]. È un’opportunità di incontro tra istituzioni e tra cittadini e per dare un segnale di rottura e innovazione ad una città molto creativa, per tracciare un percorso, aprire una rete. Devo ringraziare, dicevo, i miei ospiti non per formalità, ma perché senza il loro invito probabilmente non sarei venuto e non avrei conosciuto (a parte le meraviglie e l’ospitalità catanese) un sacco di persone e progetti che vado a raccontarvi in una giornata di fermento creativo e imprenditoriale che sembrava quasi di stare a Milano
Jesse Marsh di Inoll una rete aperta che raggruppa sia i “laboratori vivi” che formalmente fanno parte della rete europea ENoLL (European Network of Living Labs), sia tutte le iniziative nel territorio italiano che credono nell’innovazione basata su un processo di co-progettazione.
Salvo Mica di e-ludo che organizza il Global Game Jam e sta creando un MMOG, un gioco multipalyer online sulla Mafia in modo da “esporne” le dinamiche e quindi diventare educativo.
Il Freaknet Medialab dalle BBS e i centri sociali alla redazione de “I SICILIANI di Fava alle radio online e alla sua culla cultural-digitale DYNE.
Roberto Chibbaro che propone di portare a Catania l’interessantissimo modello del distretto dell’innovazione di Barcelona “22 @ Barcelona“
SeeMS gli SMS in trasparenza per scriverli mentre cammini, ma anche per commentare la TV con gli amici mentre la guardi (e qui secondo me c’è un grande potenziale).
TeleStrada, la WebTV della Caritas premiata come miglior webTV di denuncia italiana.
Sicuramente ne ho dimenticati molti, la giornata si è svolta su due piani ed è stata molto intensa, mi scuso quindi in anticipo. Siccome nei barcamp e quando si è ospiti secondo me bisogna portare sempre qualcosa, ho pensato di condividere con uno speech la storia degli ultimi tre anni di hagakure e le difficoltà fiscali che una giovane start-up deve affrontare. Si parlava di Venture Capital e mi sono chiesto se con politiche fiscali più agevolanti il nostro fisco non potrebbe essere il miglior Venture Capitalist per l’innovazione in Italia. Domani posto video e slide dell’intervento. Per oggi godetevi le foto meravigliose di Catania e dei Catanesi.
Non è possibile mostrare oggi un video del pezzo di Pupo e Emanuele Filiberto prendendolo da YouTube: non si trova. Ieri ce n’erano decine con centinaia di migliaia di views, oggi non si trovano (cercate voi) o al loro posto, come al posto di tutti i brani eseguiti a Sanremo, appare una scritta:
Questo video include contenuti che sono stati bloccati dallo stesso proprietario per motivi di copyright.
Così sono spariti migliaia di video. Rimossi. Ma la gente continua a cercare. Da allora è stato un fiorire di parodie, rimontaggi, varianti che cercano di “intercettare” le ricerche degli spettatori che vorrebbero ascoltare le loro canzoni preferite. In primis la geniale parodia di Elio che vedete qui sopra. Nei giorni dopo il festival abbiamo condotto un piccolo monitoraggio relativo al Festival e alle reazioni sui Social Media, compreso YouTube; per gran parte il monitoraggio è riservato, ma ve ne riporto due passaggi e un grafico che evidenziano la notevole presenza di spezzoni di Sanremo a partire da domenica e il loro repentino calare in seguito.
Su YouTube sono state rintracciate quasi 10.000 evidenze inerenti a “Sanremo 2010”, a ridosso della finale (20/02). A mercoledì (24/02) le evidenze sono circa 7000.*
Come vedete, e come era immaginabile molti utenti hanno caricato i video di Sanremo presi dalla TV, questi video sono stati visti centinaia di migliaia di volte in un paio di giorni, poi sono stati rimossi in modo rapido e efficace. Oggi è praticamente impossibile trovare su YouTube uno spezzone di Sanremo!
Il motivo per cui vengono rimossi è che le canzoni di Sanremo hanno vari titolari di diritti, autori, reti televisive,case discografiche e nessuno può assumersi la responsabilità di tenerli online senza il consenso di tutti gli altri. Per non sbagliare si rimuovono e vissero felici e protetti…
Peccato che così facendo si stia letteralmente togliendo dalle mani dei consumatori un prodotto che vogliono. Non ho mai visto un caso in cui un produttore strappa di mano a dei potenziali clienti il proprio prodotto, negandolo a chi lo vuole. Eppure è quello che sta succedendo. Certo, non c’è un modo di monetizzare quei contenuti (a parte che in partnership con YouTube ci sarebbe), ma lasciarli non costituirebbe nemmeno una perdita e sarebbe un’ottima promozione.
Così facendo non si rischia di creare un rapporto conflittuale tra produttori di contenuti e fruitori? Non si rischia di incentivare vie alternative per vedere quei contenuti, quali la pirateria? Le centinaia di migliaia di search per quelle canzoni non sono forse il mercato della musica che “urla“: vogliamo vedere le canzoni qui e ora, su YouTube! Forse per i discografici italiani è ora di ascoltare e cercare di costruire valore fuori dalla solita catena distributiva che molti consumatori hanno ormai abbandonato.
Ho deciso che sottoporrò ai tre giornablogger una questione che mi gira in testa da qualche settimana e che ripropongo in real-time a voi qui: i media ultimamente si stanno rapportando alla Rete in modo davvero schizofrenico.
Forrester research impone ai propri dipendenti di chiudere i propri blog che non sono sotto il dominio forrester.com, al contempo la BBC “ordina” ai propri giornalisti di aprire Twitter e spargere il britannico verbo sui Social Media.
Oggi pomeriggio la seconda piattaforma di Blog al mondo, la stessa che ospita questo blog,Wordpress.com ha chiuso un post senza avvisi e spiegazioni e senza avvisare la titolare del blog. Massimo Russo ha appena raccontato di come Amazon, una volta scoperto che non aveva i diritti per vendere un libro (ironia della sorte il libro era “1984″ di Orwell) ha semplicemente fatto sparire 1984 da tutti i kindle di chi lo aveva acquistato. Da giorni si parla di un giovanissimo blogger che è statoradiato (si sarebbe detto una volta) da TechCrunch.
Potrei trovare altre mille esempi, ma mi fermo. Tutti, troppi, invocano delle regole per la Rete, ma secondo me la matrice comune è che non ci sono le procedure.
- Come si devono comportare i giornalisti sulla Rete, nei Social Network, con Twitter?
- Come si gestiscono le relazioni con i soggetti attivi del Web?
- A chi appartengono i contenuti? Come si possono reclamare?
- Come si rettificano gli errori sul Web?
- Qual è la prassi per relazionarsi con un blog?
- Su che piattaforme e device devo far girare le mie notizie? Devo farle pagare?
Non ci sono le procedure per tutti i casi di cui sopra, e l’assenza di procedure per realtà molto strutturate quali i colossi editoriali è un vero problemone, alle gradi strutture servono prassi di comportamento che, in questo caso, non si sono ancora consolidate. Da qui comportamenti spesso contraddittori, al limite della schizofrenia. Sono domande, queste assieme a tante altre, fondamentali a cui nessuno ha ancora fornito una risposta. Come nessuno ha ancora risposto alla domanda delle domande: chi ha queste risposte? A chi spetta stabilire queste procedure?
“[...] non si può usare uno spunto di cronaca per chiedere un passo indietro. Più indietro di dove stiamo? “
Sono d’accordo con la frase qui sopra di Salvo, che mi dà lo spunto per ribadire e chiarire un concetto dopo un mio post sui Nativi Digitali che ha fatto moltoclamoreinrete. Mi riferisco al caso di Daniel, il giovane imprenditore ucraino-californiano che a 16 anni già scrive su TechCrunch (chapeau), ma già ha preso le nostre (di adulti) peggiori abitudini, chiedendo di farsi pagare da un’azienda che doveva recensire.
Se è chiaro che in certi casi dobbiamo trasmettere a Daniel e ai suoi straordinari compagni di avventura qualcosa in più (l’etica dello stare in rete), è altrettanto evidente che (in particolar modo per l’Italia) il lavoro da fare è talmente tanto sul terreno dell’innovazione, del ricambio generazionale, della meritocrazia che non può e non deve essere una caduta di uno di loro a fermare gli altri.
Ci tengo a chiarire questo perché un post nato come una provocazione e che in rete ha collezionato centinaia di commenti ha confuso un po’ le acque. Attenzione a non prendere il caso di Daniel come un motivo, una scusa per fermare tutto. Daniel si rialzerà e avrà imparato, con la sua caduta abbiamo imparato delle cose anche noi. Quindi val la pena ribadire una cosa: più etica, sì, più misura, parliamone, ma nessun passo indietro. Meglio avanti, anche se con qualche bozzo.
UPDATE 12 febbraio 2010: questo post ha fatto molto discutere, su molti temi. A seguire ne ho pubblicato un altro che chiarisce una mia posizione sul tema dei Digital Natives e dell’innovazione nel nostro paese: lo potete leggere qui.
Avevo espresso alcune perplessità sul fenomeno, o meglio sull’attenzione a mio modo di vedere smisurata che ultimamente veniva riservata ai Digital Natives. Ne avevo parlato in questo post, chiedendomi e chiedendoci se tutta questa enfasi fosse dovuta davvero a dei talenti eccezionali (almeno quelli visti all’incontro romano di Capitale Digitale) o se invece non colpisse l’immaginazione di noi adulti sentir dire le stesse nostre frasi a dei ragazzini. I Nativi Digitali (definizione di comodo per indicare coloro che sono nati cresciuti a contatto con le tecnologie digitali) o almeno le piccole star tra di loro sono dei veri talenti o sono solo “figli della transizione da atomi a bit e ci colpiscono per questo? Stiamo scoprendo dei geni o creando dei mostri? Probabilmente nessuna delle due, avrei detto anche io, almeno fino alla notizia di due giorni fa.
Succede che il più straordinario tra loro, l’ospite straniero, il role-model ultima esportazione della terra dei McDonald sia stato beccato con le mani in pasta: ha chiesto come autore di TechCrunch all’azienda che doveva recensire di essere pagato (con un computer) per fare un post di review. . Il peccato maximo per un blogger.
Daniel Brusilovsky, il nativo digitale che a Roma, con un filo di spocchia parlava dei suoi guadagni (30/40.000 dollari l’anno, almeno quelli dichiarati:-) ), delle sue aziende e dei suoi articoli si comporta già come il peggiore dei cronisti di mezz’età. Ruba le tartine, chiede regali per fare il suo lavoro. Ha costretto il povero Michael Arrington a pubbliche scuse due giorni fa.
Questo proprio il mese (maledetti tempi di stampa…) in cui WIRED incensa tutti gli altri partecipanti a quel meeting capitolino proponendoli, nel numero di marzo in edicola, come possibili ministri o Presidenti del Consiglio. Non siamo ridicoli, dai! Che poi si fan beccare con le dita nella marmellata proprio quando il giornale esce in edicola Mi sa che stiamo correndo troppo, sarebbe stato meglio candidarli (seriamente) a rappresentanti del loro Liceo e sarebbe meglio abbassare un po’ i riflettori da dei ragazzi sicuramente bravi e intraprendenti, ma appunto ancora dei ragazzi. Lasciamoli coi loro genitori, lasciamoli andare a scuola. Rischiamo altrimenti di insegnar loro il peggio del nostro mondo e di impedirgli di imparare le basi etiche del lavoro.
Il buon Brusilovsky, con un post verosimilmente scritto dai suoi genitori, si ritira a studiare e fare il teenager per un po’. Ottima idea, Daniel: hai tutta la vita davanti per avere successo, non avere fretta. Riccardo, Luca cosa ne dite: facciamo tutti un passo indietro su questo tema? Proviamo a aprire un dibattito più noioso forse, ma molto più importante: quale educazione in un mondo digitale?
Michele Vianello, già Vice-Sindaco illuminato di Venezia, fautore di Cittadinanza Digitale e del WiFi pubblico nella città lagunare e di molti altri progetti “di Rete”, è ora direttore del Parco Scientifico e Tecnologico VEGA. Il 4 febbraio presso il VEGA si terrà LUMINAR 9: Internet e umanesimo. Internauti, pirati e copyleft nell’era “.torrent”.
Michele mi ha invitato a parlare nel panel Rete e Democrazia (politica e neutralità della rete), moderato da Luca Dello Iacovo e assieme a Vittorio Zambardino, Linda Lanzillotta, Michele Vianello stesso e Fiorello Cortiana. Sono grato a Michele di ciò per vari motivi: Venezia è la città dove sono cresciuto, il tema riunisce i miei studi (la Giurisprudenza) con la mia pratica lavorativa (il Web), finalmente posso fare due chiacchiere dal vivo e non via facebook con Zambardino che una volta ha anche ripreso un mio status di FB per farne un post su Scene Digitali, così lo ringrazio…
Detto ciò mi muovo oggi per chiedere anche il vostro aiuto. Io sto con NN Squad e vedo la Net Neutrality “à la Tim Berners Lee“, e cioè:
Vent’anni fa, gli inventori di Internet progettarono un’architettura semplice e generale. Qualunque computer poteva mandare pacchetti di dati a qualunque altro computer. La rete non guardava all’interno dei pacchetti. È stata la purezza di quel progetto, e la rigorosa indipendenza dai legislatori, che ha permesso ad Internet di crescere e essere utile [...]
In chiave utilitaristica, e lasciando fuori posizioni politiche o filosofiche, una rete neutrale è un territorio più fertile per l’innovazione, una rete dove i principi di Net Neutrality vadano persi porrebbe delle barriere all’ingresso probabilmente più alte per start-up e nuove imprese a carattere digitale. Ho personalmente e professionalmente anche una forte propensione a portare il discorso verso i contenuti e le licenze: Creative Commons e il recentissimo Public Domain Manifesto. Non trovo i due temi così lontani, si tratta di tutelare la libera circolazione delle idee, dell’informazione; dal punto di vista dell’infrastruttura o della norma poco cambia.
È anche vero però che il tema è complesso e sfaccettato, perché non mi comunicate il vostro modo di vedere la Net Neutrality oggi, nel febbraio del 2010 e quelle che secondo voi sono le istanze più urgenti e posso farmene ambasciatore in caso?