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[Go Digital] La lezione di Burberry. E della sua CEO, che ora va in Apple.

In questo video di poco più di 5 minuti Angela Ahrendts, la 53enne CEO Americana (classe 1960) del super British brand Burberry, ci illustra la visione e la strategia digitale di Burberry. La Ahrendts è molto preparata sui temi della comunicazione e del digital, verso i quali dimostra grande confidenza e comprensione. Continua a leggere

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Fini e mezzi

Aprite un sito, rendetelo identico a quello dell’azienda che volete attaccare, usate illegittimamente loghi e Proprietà Intellettuale dell’azienda, causate un danno d’immagine a 10 zeri diffondendo finte campagne pubblicitarie dell’azienda con informazioni opinabili o false senza contraddittorio e ricevete… una condanna penale o il plauso globale su Twitter? Per ora pare il secondo.

Fino a che punto il fine giustifica i mezzi? Me lo chiedo ogni volta che vedo le (geniali e ottime) campagne di Greenpeace contro le aziende. Ne parla approfonditamente Valentina su techeconomy. Io confesso che non so mai cosa pensare. Apprezzo la causa. Apprezzo l’abilità dell’uso del mezzo. Non sono sicuro sia giusto fino in fondo. Voi cosa ne pensate?

Boiron usa rimedi allopatici per il web marketing

Pare che la multinazionale francese dell’omeopatia BOIRON abbia minacciato di denunciare un piccolo blog italiano, intimando la rimozione dei contenuti ritenuti diffamatori. In rete se ne sta parlando moltissimo (e l’immagine di Boiron non ne sta uscendo benissimo, né quella dell’Omeopatia: seguite un po’ di link cliccando qui, qui o qui). Non mi interessa entrare nel dibattito se l’Omeopatia sia da difendere o meno, ma analizzare l’ennesimo caso di minacce legali verso la Rete, specialmente in questo caso in cui un’azienda che adotta la filosofia Similia_similibus_curantur decida invece di “curare” il “problema” della propria immagine con rimozione chirurgica e con la minaccia di denuncia: un rimedio dissimile, allopatico e anche – non mi denunci Monsieur Boiron – un po’ antipatico 🙂

La questione, a mio modo di vedere, tocca i fondamentali della Rete, del diritto, della libertà di espressione e delle relazioni pubbliche. È chiaro che deve restare fermo il diritto di chiunque (persona e azienda) di non vedersi diffamato ed è altrettanto chiaro che il reato di diffamazione deve continuare a trovare nei tribunali la sede del suo accertamento e esecuzione. Il punto da discutere, a mio avviso, è se ricorrere, come nel caso di specie, a questi rimedi sia efficace. Ovviamente è impossibile stabilire una regola generale, ed è chiaro che valori quali la dignità, il decoro, il diritto a fare business (non erano qui in gioco) vadano salvaguardati. Ovviamente vanno salvaguardati i diritti di un’azienda, non solo di una persona, a tutelare la propria immagine e reputazione. Non è però sempre detto che sia la denuncia/diffida il rimedio migliore. Specialmente sul web.

Diffidare e denunciare i blog: le conseguenze

La Rete è un organismo vivente, multicellulare, dove le persone esprimono libere opinioni per le quali devono certamente rispondere, ma che sono pronti a modificare, ma soprattutto o a discuterne. È proprio il dialogo, la chiave di “ingaggio” della Rete e iniziare un dialogo con una denuncia, beh, non è forse il modo ideale. Salvo casi estremi, come indicato sopra, credo che denunciare un blog per ottenerne la rimozione dei contenuti sia un rimedio (oltre che culturalmente lontano anni luce dall’omeopatia) inefficace per i seguenti motivi:

– di fatto i contenuti non verranno mai rimossi, in quanto saranno sempre accessibili attraverso archiviazioni, cache e ripubblicazioni spontanee a sostegno del “minacciato” che sono un comportamento di solidarietà molto frequente in rete

– la denuncia di una multinazionale contro un piccolo blog non appare mai come qualcosa di positivo per la prima, se a volte può funzionare per difendersi da un giornale o una rete televisiva, in casi come questi l’azienda finisce subito per essere vista come “il cattivo”

– non si costruiscono relazioni, ma le si distruggono e in uno spazio altamente relazionale quale il web  è una scelta negativa

– si finisce per amplificare quello che si voleva smorzare: “Una smentita è una notizia data due volte” diceva un vecchio politico italiano, “Una denuncia a un blog è un post moltiplicato cento volte” potrebbe dirsi oggi

– si perde la possibilità di diventare parte del dialogo, in quanto si porta il dibattito fuori dalla Rete e le proprie posizioni e eventuali sostenitori di esse non trovano quindi luogo e visibilità online

Se vi vengono in mente altri motivi, vi prego di indicarli nei commenti, così che possiamo sintetizzarli una volta per tutti,magari in un post successivo.

In sintesi: denunciare i blog quasi sempre è un rimedio inefficace.

Non è quindi una questione di diritto, né di etica, ma di efficacia. Credo che nella maggior parte dei casi, e sicuramente in questo, la strada della diffida/denuncia non vada perseguita. E si può dire questo in quanto trovo la denuncia contro i blogger una strategia INEFFICACE da un punto di vista di comunicazione, e non per questioni di principio, di diritto o di etica o, meno ancora di libertà di opinione (che in un sistema democratico non viene messa in pericolo da una denuncia, ma casomai dalla sentenza).

È importante capire questo, perché è a mio modo di vedere l’unico argomento che la maggior parte delle aziende ascoltano: l’efficacia, il ritorno. È difficile invece sensibilizzare molte aziende con il tema dell’etica.

L’importanza della buona consulenza

È chiaro che alla Boiron sono mancati buoni consigli. Per assurdo Boiron ha anche un blog, che pare non incidere molto, ma nonostante cerchi di entrare in questo mondo denuncia gli altri blogger. Difficile pensare che un blog che diffida in prima istanza, senza dialogo altri blog avrà mai il loro gradimento: è una questione di “cittadinanza digitale”.

Boiron non ha solo denunciato i blog, ma a quanto pare in passato li ha anche pagati per scrivere (bene?) di sè. Cercando un po’ in rete ho trovato alcuni post (1 | 2 | 3 e immagino molti altri post “sponsorizzati”… ). È una vecchia questione, quella dei “Post Sponsorizzati”, che curiosamente riemerge nel caso di un’azienda che ora denuncia i blogger. 🙂

Come dicevamo, la sensazione è che sarebbe stato utile se qualcuno avesse spiegato a Boiron che su Internet funzionano meglio i rimedi omeopatici, come la conversazione, che quelli allopatici come le denunce, ma non ti aspetteresti di doverlo fare 😉

Voi che ne pensate?

Greenpeace all’attaco di Volkswagen! Il web nuovo “terreno” per le battaglie sociali contro le multinazionali.

Greenpeace non è certo nuova a clamorose azioni di disturbo contro grandi brand e multinazionali. E non è nemmeno nuova all’uso del Web come terreno di scontro con le aziende da un lato e di recruiting per le proprie cause dall’altro, ricordiamo infatti il caso in cui  si responsabilizzava un noto snack per la deforestazione o il caso in cui Ken mollava Barbie e Greenpeace invitava a scrivere al CEO di Mattel.

Entrambi casi eccellenti di “rovesciamento” della comunicazione, nei quali i topic di maggior rilievo del brand (golosità e gusto e l’amore) vengono ribaltati e diventano tremende accuse al comportamento etico della marca.

Oggi però Greenpeace va oltre e per attaccare il colosso tedesco dell’automobile Volkswagen lancia una campagna web in grande stile, che va oltre il messaggio gridato e il video “virale”. Volkswagen Dark Side è un vero e proprio Social Network e contemporanemente un gioco di ruolo planetario in cui ci viene chiesto di coalizzarci per fermare la forza oscura di Volkswagen che “si oppone a misure antiinquinamento”.

Trovo questa campagna straordinaria da un punto di vista tecnico per svariati motivi che andrò ad elencare, ma anche stimolante dal punto di vista dell’etica, e concluderò con una domanda su questo.

 

Volkswagen Dark Side gode di una forza comunicativa straordinaria per i seguenti motivi:

Ribalta un topos di una campagna di grandissimo successo, premiata al Festival di Cannes 2011

– Presidia il web in modo straordinariamente efficace, “occupando” le stesse keyword della campagna con però maggior efficacia grazie al passaparola che sarà sicuramente superiore a quello della campagna originaria e lascerà tracce a lungo

– Sfrutta le dinamiche del web in modo completo e maturo, con un meccanismo di Social Networking e affiliazione spinto da una “causa” altissima: salviamo il pianeta, condita dalla giusta dose di ironia

– Coinvolge chi ci entra in contatto con dinamiche di gaming grazie alle quali più partecipi e più amici coinvolgi più progredisci nel gioco e nella causa, attivando nuovi personaggi ed eroi che possono combattere le forze del male

– Ha tutte le leve e i bottoni ben settati per propagarsi alla velocità della luce (come sta facendo in questi giorni), tenete sott’occhio l’hashtag #VWdarkside per averne un’idea. UPDATE: dopo pochi giorni i “ribelli” partecipanti al gioco sono oltre 122.000!

Stiamo a vedere se e come risponderà la casa tedesca, se cederà come la casa dolciaria svizzera che ha dichiarato di interrompere l’utilizzo di ingredienti a rischio deforestazione o se userà vie legali o altre strade per salvaguardare la propria immagine. Conoscendo l’intelligenza dei due italiani che governano la comunicazione e il marketing della casa tedesca, sono sicuro riusciranno a uscire bene da un’impasse sicuramente ostico.

Sorge però anche una domanda: fino a dove è lecito spingersi per sostenere una causa condivisibile? Si può demonizzare in modo così radicale un’azienda per un singolo aspetto del suo comportamento con danni permanenti o di lungo periodo e un effetto negativo totalizzante che ritrae oggi la casa tedesca come “il male”? Questa domanda vale sia sotto il profilo giuridico (che conseguenze corre Greenpeace?) che etico: è accettabile una comunicazione che, seppur nel contesto generale di trasparenza e dialogo che giustamente la Rete comporta, aggredisce i modo così emotivo e frontale un’azienda?

Certo, se poi si ottiene il risultato, uno sarebbe portato a dire il fine giustifica i mezzi. Ma nessuno pesa poi i danni reali di questa campagna e il loro essere proporzionati all’effetto desiderato. Non è facile d’altronde. Non ho una risposta. Di pancia siamo tutti con greenpeace, è chiaro. Di testa un dubbio me lo pongo. Anche se Greenpeace è sempre molto brava nell’essere sì aggressiva e implacabile, ma ironica e misurata al tempo stesso, rendendo le “sue” campagne molto difficilmente attaccabili.

L’ultima considerazione è che i valori sociali saranno sempre più rilevanti, e le azioni di CSR delle aziende non incidono nemmeno una minima parte rispetto alle campagne partecipate dalle persone. Il tema etico e la Social Responsibility rischiano quindi di esplodere in qualunque momento per ogni azienda attraverso i “Social” Media. Un fattore da mettere in analisi e su cui fondare le prossime strategie di marca.

E voi, che ne pensate?

Wikileaks. La notizia non è nei leak, la notizia è il leak.

Un sito di divulgazione di notizie riservate (WikiLeaks, appunto), appartenente a un’organizzazione che si dà come scopo: “portare notizie importanti al pubblico dominio” ha pubblicato ieri (distribuendoli preventivamente ai principali siti di news occidentali) la piccola prima tranche di un gran numero di documenti riservati definiti “Cables”. I “Cables” sono una sorta di telegramma da Ambasciata USA a Ambasciata USA che spesso (in quel caso è contrassegnato SIPDIS) viaggia su una rete supersicura (sic) e proprietaria del Ministero della Difesa USA e del Ministero dell’Interno USA chiamata SIPRNet. Il lotto di documenti consta di oltre 250.000 “Cables”, alcuni risalenti a quest’anno che mettono a nudo le comunicazioni diplomatiche tra gli americani e i loro alleati. Le anticipazioni hanno scosso il sistema informativo mondiale, prevendendo scandali politici, crisi diplomatiche, rischi per la professione e la vita di personale dell’Intelligence USA e EU. Il Governo del Regno Unito ha addirittura emesso una direttiva (illegittima e disattesa) ai direttori di giornali di consultarsi col governo prima di pubblicare i “Cables”.

Ieri verso le 21, dopo che il fondatore di Wikileaks è uccel di bosco e che il sito è dichiarato sotto attacco DDOS, escono i primi documenti. Certo, sono una frazione, ma ci si aspetta siano i più “succosi”. A leggere un primo resoconto, invece, ciò che questi “Leak” (fuga di notizie in inglese NdR) contengono sono notizie che potevamo leggere sui quotidiani:

– “Gli americani pensano che Putin comandi in Europa e che Angela Merkel sia poco decisionista”

– “Berlusconi è visto dalla diplomazia USA come festaiolo e asservito a Putin”

– “Le ambasciate americane parlano di Gheddafi e Karzai come di leader paranoici e instabili”

Tutte cose che si sapevano già. La notizia non è nel leak, ma il leak stesso. L’unica cosa degna di rilievo è che il sistema di pensiero della diplomazia occidentale è esposto. Compresi i legami coi grandi gruppi industriali (in alcuni “Cables” è chiaro come ENI venga consultata al pari di enti governativi nelle politiche militari verso IRAN e M.O.). Oggi, come ricorda in un commento Roberto D’Adda, sarà più difficile per aziende e governi “accreditarsi” a livello internazionale presso gli alleati. Quello che pensano di noi e dei nostri leader gli USA si trova online, difficilmente contestabile.

Sapevamo tutti benissimo che gli Stati Uniti pensavano questo dei leader Europei, ma una sorta di “discrezione” diplomatica, più che di segreto ci faceva andare avanti ignorando o fingendo di ignorare questo modus operandi della diplomazia occidentale.

L’unico fattore di rilievo, a mio modo di vedere, è che oggi questo modus operandi è di pubblico dominio, che l’illusione di un mondo occidentale compatto e coeso è ridicolizzata da discussioni e pettegolezzi e doppiogiochismi rivelati come un vasetto di marmellata aperto. L’idea che le istituzioni si attengano a qualsivoglia dovere etico nel mondo occidentale è definitivamente spazzata via dalla messa in luce di un sistema di galoppini internettizzati. La Rete, con la sua pervasività e viralità senza regole sta mettendo in luce tutto quanto non vorrebbe essere rivelato, con una forza etica aprioristica che vede in questo episodio un caso di difficile giudizio.

In sostanza (almeno a giudicare d quanto visto sinora) si tratta di una figuraccia planetaria. Poco più. Una figuraccia etica e tecnologica. Etica perché rivela il “doppio pensiero” della nostra politica, quello di facciata e quello “di ambasciata”, chiamiamolo così. Tecnologica perché non sappiamo nemmeno custodire il gossip.

Stati Uniti e Europa ne escono dunque molto indeboliti, ne perdono in autorità morale e in senso di affidabilità di fronte al mondo medio-orientale e asiatico. Ben venga l’informazione aperta, ma di fronte a questa situazione sorge una domanda: la trasparenza a tutti i costi è sempre un bene? Sicuramente il Cablegate servirà come elemento di propulsione verso un sistema dell’informazione e dei dati più trasparente.

Vi invito pertanto a leggere una lucida e interessante riflessione di Juan Carlos De Martin sul tema (la cosa migliore scritta su Wikileaks sinora, IMHO): si chiama “Trasparenza senza responsabilità” e la trovate QUI.

UPDATE 5/12/2010

Wikileaks è stata spostata di dominio, ecco i link aggiornati:

About: http://213.251.145.96/about.html

Cablegate: http://213.251.145.96/cablegate.html

Cables dalla Ambasciata di Roma: http://www.wikileaks.ch/origin/20_0.html

Hunger strike hits Social Media (not a big hit, though…)

[Image from the tweet announcing the hunger strike

This post is in English because I think the case in discussion is “a first” at international level. The case and most of the links, although, will point to material in Italian.

HUNGER STRIKE ON SOCIAL MEDIA – DAY 1 (nov 13th)

Paola Caruso declares to be a Corriere della Sera (Top Italian Newspaper) seven year “temp” (temporary collaborator, in Italian “precario” “collaboratore”). She is an active user of Social Media with an average to heavy user profile (a few hundreds friends, various accounts, barcamps and so on…). Yesterday (saturday november 14th) she claimed on a Tumbr with her name to have started a Hunger and Thirst strike generating instantaneous and highly worried reactions among her friends who convinced her to drink some water before 24 hours had passed. On sunday morning she declares to be still on hunger strike, although no objectives of her protest have been set. The discussion has flooded the italian blogosphere and social networks wit the tags #iosonopaola (I am Paola) #paolaprecaria (Paola “temp”) #stopcorsera4paola (Boycott Corriere dellaSera for Paola). Italian bloggers took part in the protest by suspending their site redirecting to her tumblr, rather than hosting banners to support her. Some are at Paola’s apartment liveblogging as I am writing. Aggregators have opened a special section, the news are slowly picking up the case. I don’t recall similar cases worldwide, if you do please add in the comments.

HUNGER STRIKE ON SOCIAL MEDIA – DAY 2 (nov 14th)

No sign of reaction from the italian newspaper after 36 hours, highly emotional debate among the bloggers, at first analysis it appears as a very unprepared and unorganized initiative.  I’ll update the post in case of relevant news.

Update 18:15 hrs The italian Journalist ha announced on her tumblr that she had a cup of cofee but she keeps going on wit the hunger strike and that she has been in touch with her newspaper. She posted another picture of her on the scale, weighing almost a Kg less:find it hereThe reason of the strike would be the fact that a young journalist, just graduated from journalist school ( A rookie ” – “un pivello” – as Caruso defined him) would have gotten a contact she was hoping to have. The thing is all over the italian blogosphere and statusphere which lack of trending monitoring tools. On Google, for her name there’s a significant “competition” between her and a showglirl bringing the same name. Some minor mainstream media bloggers picked up the news while almost 200 blogs are discussing the matter, some very critically on Caruso’s behaviour now.

Update 21:45 hrs News don’t pick up the hunger strike, senior bloggers share strong ugly doubts on Caruso’s behaviour. The most relevant news blog (Il Post) is beginning to share doubts on the whole hunger strike thing, quoting a news agency (ANSA) declaration (also appeared on the newspaper facebook page) of Corriere della Sera chief editor Ferruccio De Bortoli who said: to know nothing of any request from Caruso, otherwise he would have had a meeting with her and inviting her to get back to a reasonable attitude and offering dialogue. De Bortoli also denies the hiring of a young journalist, stating he had a “temp” contract as well. The thing starts to look grotesque: the bloggers are on fire, nobody else takes the thing into consideration. The official news system is ignoring the thing, the involved newspaper minimizes. The italian blogosphere emotivity has generated facebook pages, campaigns, Twibbons and any other social campaign tool, but all this call to action has no answer outside friendfeed and some inner blog circle. It’s sunday night: tomorrow morning we’ll see how the news system will react. Meanwhile a lot of exposure is drawn on a single person.

Update 22:30 hrs Caruso writes on her blog an open letter to Ferruccio De Bortoli that the info she has regarding the contract of the new hired are different: she claims (and later says again) that since this (yet unnamed) guy would have had access to a-so-called “desk” contract he has to have been hired (“assunto”), according to internal agreements. The point is that the Corriere della Sera couldn’t “hire” according to another union crisis agreement called “stato di crisi”. (“Forse mi sono sbagliata sul tipo di contratto della new-entry, mi fa piacere sapere che i nuovi co.co.co. abbiamo accesso al desk. A me non risulta.“). She also says that she actually sent an email to the editor in chief (“In realtà le avevo scritto una mail per avvertirla della mia forma di protesta, ma capisco che può esserle sfuggita.“). Gossip says the editorial board of Corriere della Sera (“comitato di redazione”) has spent the sunday in a meeting and new developments will emerge during the week.

[Clearly this is turning into a labor-legal issue I’m not the right person to talk about as I’m not in the know of too many technical aspects. My interest was in putting on the record a “social media empowered” hunger strike, and the communication analysis regarding it: I will update only on this matter from now on.]

HUNGER STRIKE ON SOCIAL MEDIA – DAY 3 (nov 15th)

Caruso posted an update showing she lost 1.7 kilos. The bloggers support is wide and still intense, although some critics to the behaviour get more strong, turning into flames. Caruso in two days gained some 400 followers on Twitter and she keeps answering to thousands of posts and comments. Google blog search now spits out 617 posts. Google News always gives back less than 10 minor news sites talking bout the hunger strike, the only one with a minimum fame is Affari Italiani. The news system is deliberately ignoring Caruso’s hunger strike or not thinking it’s news, at this point we can say for sure.

A certain degree of mastery of social media and blog dynamics has to be credited to Caruso, she definitely showed she can touch the right strings in posing as a weak girl, streaming her scale’s pics showing daily her weight loss and sharing tears and a certain sense of final choice (she keeps repeating she will never work again in a newspaper) that make her an almost perfect anti-hero.

HUNGER STRIKE ON SOCIAL MEDIA – DAY 4 (nov 16th)

No sign of life from the official press, which, at this point, is deliberately (and probably wisely) denying the thing. The bloggers start continuos flames whether it was a good idea or just a person try to gain visibility without a cause or simply giving in to a moment of weakness.

HUNGER STRIKE ON SOCIAL MEDIA – DAY 5 (nov 17th)

Caruso announces to suspend the hunger strike. The day after she will meet the chief editor of Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, who will claim to have answered to all the emails and who reassured Caruso that “she can keep her job”. A happy ending which didn’t change Caruso’s position (for as much as is given to know), didn’t force the Corriere della Sera to any change of position and had no impact whatsoever in public opinion except for the bloggers continuos flames, still lasting, as a demonstration that probably they didn’t pick the right battle. It’s true that the debate has been brought to the bloggers attention, though, but in such a manner that kept it inside the italian blogosphere’s inner circle, with no spread through social networks or mainstream press, therefore making it relevant only to a minority of people, who will hardly make any effect or a point in the italian labor law debate.

The only significant effect appears to be the demonstration that a highly emotional/political happening as a hunger strike can have a great potential if amplified through Social Media, given that it had solid grounds in order to break into the news system. In a word: don’t try this at home.