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Il bimbo e il Bitto (The boy and the Bitto)

English below after the photo gallery 🇬🇧
Il bimbo e il Bitto. Una storia di maturazione, di ribelli, di sapore della vita.

Una storia che inizia nell’autunno 2016. Quando alla clinica Mangiagalli di Milano nasce nostro figlio Shun e al Centro del Bitto Storico (Presidio Slow Food) di Gerola Alta nasce una forma di Storico Ribelle. La forma che vedrete tra poco e che, alcuni di voi hanno assaggiato o assaggeranno. Due anni dopo, durante una gita in Valtellina, visitiamo il Centro e apprendiamo la magnifica storia dello Storico Ribelle, un ribelle non contro, ma a favore delle tradizioni. Contro lo sfruttamento commerciale. Un formaggio “storico”, che ha aperto vie commerciali e scritto la storia delle Valli che è dovuto diventare Ribelle per non cambiare, per restare se stesso. Che lezione affascinante per noi e per il piccolo Shun!

E poi un formaggio che si presta all’affinamento, sino a 5 anni, cosa rarissima per i formaggi. Un’altra lezione, le cose buone si ottengono col tempo. Aspettando. Detto, fatto. Acquistiamo una intera forma (16kg), grande e pesante il doppio di Shun. Costosa, ma quintuplicherà il suo valore quando avrà 5 anni. Diventerà preziosa. Ci dipingiamo sopra, con l’inchiostro di mirtillo, il nome di Shun in italiano e in giapponese e qualche bel disegno. E torniamo a casa. Con un certificato di nascita di una storia, questa storia. Ci rivediamo al quinto anno!

Siamo al 2021. Ora. Shun vive a Cortina d’Ampezzo e compie 5 anni e così li “come” la nostra forma, che ha riposato ed è cresciuta accudita dai suoi casari, a Gerola Alta, in un’altra montagna. Quale “torta” migliore da tagliare che questa forma. sorella, cresciuta a distanza, ma coetanea e “parte della famiglia” con i nostri segni e disegni. Ce la spediscono e il giorno del compleanno di Shun diamo luogo al rito della spaccatura della forma e del taglio. Confezioniamo 45 pezzi di Bitto Storico Ribelle, lo etichettiamo con un QR code che porta a questa pagina e abbiamo pronti dei regali di Natale davvero speciali. La lezione dello Storico Ribelle non vale solo per noi e per Shun, potete leggerla e gustarla pure voi.

🇬🇧 The boy and the Bitto. A story about maturation, about rebels and about the flavor of life.

A story that begins in autumn 2016. When our son Shun was born at the Mangiagalli clinic in Milan and at the Centro del Bitto Storico (Slow Food Presidium) of Gerola Alta a form of “Storico Ribelle” is born. The shape that you will see shortly and that some of you have tasted or will taste. Two years later, during a trip to Valtellina, we visited the Center and learn the magnificent history of the Storico Ribelle, a rebel not against, but in favor of traditions. Against commercial exploitation. A “historical” cheese , which opened trade routes and wrote the history of the Valleys which had to become a Rebel in order not to change, to remain itself . What a fascinating lesson for us and for little Shun!

And then a cheese that lends itself to aging , up to 5 years, which is very rare for cheeses. Another lesson, good things come over time. Waiting for them. No sooner said than done. We buy a whole wheel (16kg), twice as big and heavy as Shun. Expensive, but it will quintuple its value by the time he’s 5 years old. It will become valuable. We paint over it, with blueberry ink, the name of Shun in Italian and in Japanese and some beautiful drawings. And we go back home. With a birth certificate of a story, this story. See you in five years!

We are in 2021. Now. Shun lives in Cortina d’Ampezzo and turns 5 and so does our form, which rested and grew up looked after by his dairymen, in Gerola Alta, in another mountain. What better “cake” to cut than this sister-shape, raised at a distance, but of the same age and “part of the family” with our signs and drawings. They send it to us and on Shun’s birthday we give rise to the ritual of breaking the shape and cutting it. We pack 45 pieces of Bitto Storico Ribelle, we label it with a QR code that leads to this page and we have some really special Christmas gifts ready. The lesson of the Historian Rebel is not only valid for us and for Shun, you can read it and enjoy it too.

45 pezzi di Storico Ribelle 2016 sono stati tagliati e preparati sottovuoto e etichettati per i regali di Natale 2021. 45 pieces of Storico Ribelle 2016 have been vacuum-cut and prepared and labeled for Christmas 2021 gifts.

Per I “Cheese Nerd” tra voi che vogliono assistere ai 17 minuti di spaccatura e taglio della forma, ecco il video!

For the “Cheese Nerds” among you who want to watch the 17 minutes of breaking and cutting the shape, here’s the video!

Mors tua, vaccino meo.

Anche questa settimana si è vaccinata un sacco di gente nel mio feed di facebook. Giornalisti, docenti, che però sono consulenti che hanno un corso in qualche università, rigorosamente in DAD. Spesso “esperti di comunicazione”, che mica però l’han gestita bene questa cosa…

Son contento per loro: è gente che ha spesso 10/15 anni meno di me e probabilmente un rischio di malattia grave da Covid-19 pari a 1/3 o /14 che il mio. Anche se mi è oscuro perché loro debbano aver ricevuto il vaccino e io no, son contento per loro, davvero.

Non lo vorrei aver fato al posto loro, il vaccino.

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La voce di Draghi, i gesti di Grasso.

E stata una sensazione simile a quella di bere finalmente acqua fresca e pulita a una fontana dopo essersi dovuti dissetare troppo a lungo con aqua di fosso o chiusa troppo a lungo in vecchie bottiglie di plastica.

Due piccole cose mi hanno colpito e lasciato questo senso di pulizia e positività in questo semplice video.

  1. La voce di Mario Draghi, gioiosa e squillante, quanto seria e determinata. Perfettamente bilanciata e ritmata tra attimi di entusiasmo e pause di gravità, che mai cede alla sfiducia. Parole precise, ma sempre chiare. Mai una inflessione o un pensiero fuori luogo. “Le sfide che ci confrontano” fanno meno paura quando chi parla parla di (e incarna) “risposte all’altezza della situazione“. Dopo mesi passati a subire gli annunci affettati di Conte e i panegirici melliflui di Arcuri e come se qualcuno avesse aperto una finestra e un’aria fresca, primaverile, occupasse velocemente una stanza da troppo chiusa e si tornasse a respirare dopo un tempo immemore l’aria che s dovrebbe respirare sempre.
  2. A fare da contraltare a questa voce in primo piano un siparietto di gesti, quelli di Giovanni Grasso, il Capo Ufficio Stampa del Quirinale e dei sul assistente alto come un corazziere e piacevolmente incurante come un consumato cameriere di Piazza San Marco a Venezia. I microfoni di Draghi vanno alzati verso l’altro un pochino. Grasso parla rivolgendosi fuori inquadratura alla sua destra, presumibilmente con un tecnico del suono: si capiscono senza parole e quando gira il capo verso il suo assistente in frac color Savoia, fuori inquadratura dal lato opposto, anche lui ha già capito. Grasso traccia con le dita un percorso e noi vediamo una luce fosforescente segnare la via e sentiamo parole impossibili: “gli giri attorno, non lo copri, lo alzi (il microfono) e te ne vai da dove sei venuto!” E un istante dopo lo scudiero fa esattamente cosi, come l’avessero provata mille volte.

Due incarnazioni di qualità e professionalità che, per una volta, senza i laccioli dei sotterfugi e dei sottintesi della politica danno mostra di sé.

Chiudete gli occhi e ascoltatele messe in fila queste tre voci. Basta un suono a identificare senza ombra di dubbio la persona. Ma anche a rivelarla. Quante cose descrivono e raccontano…

Non c’è bisogno di altre parole. Non c’è bisogno, in effetti, nemmeno delle loro parole. Potrebbero essere parole qualunque,. Si dice lo sguardo non mente, ma la voce mente ancor meno. Ha una potenza narrativa e rivelatrice enorme.

Si parla molto dell’era della voce del web, con podcast,. news, audiolibri, Clubhouse e mille formati baricentrati sull’esperienza vocale,. Una nuova età della Radio, se vogliamo, nei nuovi anni ’20 di questo secolo. Ecco, oggi forse ci avviamo a cambiare governo, di sicuro abbiamo cambiato voce. E a servi e portavoce resta la porta. Speriamo di sentire a lungo queste note nuove.

Concretezza che si conferma al primo Consiglio dei Ministri, cove Draghi detta la linea sulla comunicazione.

May be an image of 1 person and text that says 'La Comunicazione secondo Draghi "Noi comunichiamo quello che facciamo. Non abbiamo fatto ancora niente e non comunichiamo niente" Mario Draghi'

Il tuo vaccino è di marca?

🇬🇧 English below. 👇

Tutto è cominciato con la corsa ai vaccini. Con discorsi sul fatto che fosse importante ce ne fossero più di uno (la cara vecchia e sana concorrenza, insomma).

Quale sarà “il più veloce“: Pfizer/BionTech, Astra Zeneca o Moderna? E questo lo rende un vaccino migliore o frettoloso e pericoloso, meno sicuro? Anche l’attesa con le date, le code, i punti di distribuzione ricalca il modello delle release dei prodotti di avanguardia come un ultimo modello di iPhone.

Si è parlato anche di origine e filiera produttiva: il vaccino russo, cinese, americano, tedesco, turco, tedesco-turco, inglese… come le olive o le nocciole: piemontesi o turche?

Dopo è stato il momento della corsa sui tempi di consegna e di disponibilità (stock) e del conseguentemente approvvigionamento: 200 milioni di dosi, 600 milioni di dosi, 1 miliardo di dosi. Quale produttore ne avrà per tutti?

A ruota è arrivata la competizione sull’efficacia: 90%, 94%, 94,5%, 95% il mio vaccino vaccina più del tuo. Ma mancano ancora i test e le approvazioni delle varie agenzie governative (FDA, EMA etc tc). Una vera e propria fora di pubblicità comparativa.

Una ulteriore, seppur minoritaria, discussione ha avuto luogo sugli ingredienti, chiamiamoli così, dei vari vaccini o sulla ricetta: uno va conservato in frigo per preservare (la freschezza?) l’efficacia, un altro ha l”RNA messaggero” e la memoria (quanta?) anticorpale.

Più ci avviniamo al lancio più arrivano altri elementi di assonanza con la gramatica e la logica dei brand: i test e i focus group (qui cavie o volontari).

Poteva mancare il purpose? Distinguere cioé tra un vaccino che “protegge solo chi lo fa” rendendolo immune dalla malattia oppure un altro che “svolge una funzione sociale” arginando la diffusione del virus? No che non poteva.

Ci sarà un certificato (di autenticità?) per dimostrare che si fatto il vaccino: ripoterà anche quale si è fatto? Andrà bene un vaccino qualunque in tutto il mondo o ci saranno Paesi che avranno delle white list di vaccini riconosciuti?

Infine la distribuzione, con una campagna a nostro modo di vedere quanto mai inopportuna e sballata nelle priorità strategiche e nei toni il governo ci informa che ci sarà un vero e proprio roadshow con tanto di padiglioni a forma di primula nelle piazze italiane.

Insomma che siano le marche a inseguire i modelli sociali o viceversa è realistico pensare che la “marca” dei singoli vaccini possa giocare un ruolo non secondario nella scelta governativa, individuale e nelle vite dei vaccinati. E infatti (Edit 26/2/2021) due mesi dopo questo articolo ecco il NY Times che racconta come in Germania il vaccino Pfizer (tedesco) sia conteso, mentre quello Astra Zeneca (inglese e con dubbi sulla affidabilità) venga addirittura rifiutato, preferendo non farlo.

No photo description available.

Vi vengono in mente altri esempi di Vaccin Branding? Lasciateli nei commenti così che si possa integrare il post.

🇬🇧 What brand is your vaccine? 🇬🇧

It all started with the vaccine rush. With discussions about the fact that it was important that there were more than one (good old and healthy competition, in short).

Which will be “fastest“: Pfizer / BionTech, Astra Zeneca or Moderna? And does that make it a better vaccine or hasty and dangerous, less safe? Even the wait with dates, queues, distribution points follows the model of the releases of cutting-edge products such as a latest model of the iPhone.

There was also talk of origin and production chain: the Russian, Chinese, American, German, Turkish, German-Turkish, English vaccine … like olives or hazelnuts: Piedmontese or Turkish?

Then it was time for the race on delivery times and availability (stock) and the consequent supply: 200 million doses, 600 million doses, 1 billion doses. Which producer will have it for everyone?

Next came the competition on effectiveness: 90%, 94%, 94.5%, 95% my vaccine vaccinates more than yours. But the tests and approvals of the various government agencies (FDA, EMA etc tc) are still missing. A form for comparative advertising indeed.

A further, albeit minority, discussion took place on the ingredients, let’s call them, of the various vaccines or on the recipe: one should be kept in the fridge to preserve (the freshness?) The effectiveness, another has the “messenger RNA” and the memory (how much?) antibody.

The closer we get to the launch the more other elements of assonance with the grammar and logic of the brands arrive: tests and focus groups (here guinea pigs or volunteers).

Could the purpose be missing? That is, to distinguish between a vaccine that “protects only those who do it” making them immune to the disease or one that “performs a social function” by stemming the spread of the virus? No he couldn’t.

There will be a certificate (of authenticity?) To prove that the vaccine was made. Will any vaccine be fine anywhere in the world or will there be countries that will have white lists of recognized vaccines?

Finally, the distribution, with a campaign in our view very inappropriate and busted in strategic priorities and in tone, the government informs us that there will be a real roadshow with lots of primrose-shaped pavilions in the Italian squares.

In short, whether it is brands that follow social models or vice versa, it is realistic to think that the “brand” of individual vaccines can play a non-secondary role in the government, individual choice and in the lives of the vaccinated. And in fact (Edit 26/2/2021) two months after this article here is the NY Times which tells how in Germany the Pfizer vaccine (German) is in high demand, while the Astra Zeneca (English and with doubts about reliability) is even rejected, preferring do not do any.

Can you think of other examples of Vaccin Branding? Leave them in the comments so that we can integrate the post.

Quaranta minuti col sistema sanitario giapponese.

Passo una buona parte dell’anno in Giappone per ragioni familiari e professionali, pur non avendo cittadinanza, residenza né alcun visto particolare se non quello turistico che ricevono tutti in forma di timbro sul passaporto all’atterraggio che consente di passare nel Paese tre mesi e null’altro.

Standoci a lungo capita anche di ammalarsi e settimana scorsa mi sono preso una brutta tosse. Sommata al jet lag e al poco sonno non passava, anzi. Dopo qualche aspirina penso che forse sarebbe il caso di prendere un antibiotico e chiedo a mia moglie (giapponese) di andare “dal dottore” per avere una prescrizione di un antibiotico per la tosse. Detto fatto, ci rechiamo, scortati dalla mamma di mia moglie presso un piccolo centro medico di un piccolo paesino di provincia.

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Arriva Mobike a Milano. Eccolo testato sul casa-ufficio (5km).

Da qualche giorno sono a disposizione a Milano le prime bici di Mobike, il bike sharing cinese in free floating. L’ho usato sul mio abituale tragitto casa-ufficio, ecco un video con le impressioni.

In sintesi:

Pro -> Prendi e lasci le bici dove vuoi / ottima App / leggere e maneggevoli / poca manutenzione.

Contro -> lente / piccole / rigide / niente cambio/ costano dal primo minuto.

 

 

Mobike per AndroidMobike per iOs

 

Per “par condicio” nei giorni successivi ho testato, sullo stesso identico percorso il BikeMi elettrico, che di solito uso ogni giorno. È un servizio ottimo, che invita i soggetti più deboli a usare le bici, chi ha carichi pensati o chi non vuole sudare nei mesi caldi. Ma ha anche dei problemi logistici, essendo la frequenza di bici scariche, che costringono a odiosi cambi e attese, altissima. Parola di un abbonato con due tessere che lo usa tutti i giorni. Qui una disavventura (4 cambi di bici necessari per 3 bici scariche consecutive) che capita 1 volta ogni 3 o 4 giornate. Troppo.

 

Insomma. Ottime iniziative, fatte così così. Si può intervenire e renderle più usabili e efficienti. L’uso della bici per andare al lavoro è stato calcolato riduca la mortalità e le malattie abbassando i costi della sanità pubblica. E lascia le città più pulite e vivibili, a patto, ovviamente di avere una classe dirigente (locale e nazionale) che crea le infrastrutture e servizi accessibili, non che pensa alle bici solo per le campagne elettorali. Attendiamo fiduciosi.