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Whyred?

Nelle ultime settimane le due testate italiane che si occupavamo di Internet e innovazione hanno salutato i propri direttori. Riccardo Luna a brevissimo lascerà la direzione di Wired che aveva aperto e Luca De Biase lascerà quella di Nòva che ha condotto per molti anni rappresentando un punto fermo nella costellazione del web.

A modo loro (un modo molto diverso) Wired e Nòva tenevano aperto un dialogo, una conversazione, un dubbio: quello che il futuro potesse essere immaginato da chiunque lo sapesse sognare nel modo giusto e non solo dai cicli finanziari che già governano il presente. Nòva da parecchi anni godeva del rispetto di una nutrita schiera di imprenditori, giornalisti, consulenti, blogger. Wired aveva generato in poco tempo attorno a sè una fervida community. Così in questi giorni per le strade di Milano e per quelle del web serpeggia una sola domanda: Why? Perché?

Ho storpiato il titolo del post in Whyred? proprio per questo. Non per dare una risposta a un quesito (anzi due) che forse di risposte ne hanno troppe, ma per condividere un momento di spaesamento, in cui due forze che spingevano il paese in avanti vengono fermate senza un motivo apparente o dicibile.

Quindi continuiamocelo a chiedere: whyred? Perché dobbiamo rinunciare a Riccardo e Luca? Ma forse non dobbiamo nemmeno rinunciare a loro, ma solo seguirli altrove: sui loro Blog o su Twitter. Forse con la loro uscita dai rispettivi giornali Luca e Riccardo ci stanno, ancora una volta, indicando il futuro: le notizie che ci interessano non è detto che passino sempre per i giornali.

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YouTube: presidenti a confronto.

È talmente reale ciò che arriva attraverso la rete e YouTube che diventa quasi imbarazzante. Attraverso il web arrivano senza filtri le opinioni delle persone, la vita delle aziende senza il maquillage degli spot e anche la voce dei politici, senza calze sulla videocamera e senza l’artefatto delle tibune politiche. Ecco come si presentano su YouTube i presidenti degli Stati Uniti d’America Barack Obama e dell’Italia Giorgio Napolitano.

Barack Obama

  • Diretto (con un video fatto ad hoc per YouTube)
  • Vicino (sorride, ha una presenza calda)
  • Chiaro (parla guardando in macchina, in un linguaggio semplice e coi sottotitoli)
  • Aperto al dialogo (spiega le sue decisioni e accoglie centinaia di commenti)
  • Ordinato e curato (un canale curato sin nei minimi dettagli)

Giorgio Napolitano

  • Riciclato (sono tutti spezzoni TV caricati su YouTube)
  • Distante (è sempre ripreso da lontano, a volte con macchina traballante e in pose che ne evidenziano l’età)
  • Retorico (parla per la TV, per luoghi comuni, non alla gente)
  • Disinteressato al dialogo (commenti disattivati)
  • Trascurato (un canale approssimativo in tutto, dalla grafica ai testi)

Insomma il confronto è impietoso, e i difetti sono tutti imputabili a una gestione del canale che si dimostra priva di obiettivi e di conoscenza della rete, sembra quasi che il canale sia stato aperto per prendersi della facile copertura stampa in occasione del messaggio di Natale del 2009 e che ora vivacchi semiabbandonato, dando al paese l’ennesimo disservizio e contribuendo a consolidare un’immagine dell’Italia come paese tecnologicamente arretrato, pressapochista e vecchio.

Internet e la “vivisezione” dei Brand

Passo le giornate a osservare i comportamenti delle aziende sul web e ho un sentimento ricorrente: la solidarietà. Per coloro che operano nel marketing e nell’ADV e che sono abituati a spot scintillanti girati in 70 mm, Jingle in dolby surround, foto da galleria d’arte, impaginazioni grafiche da museo. Le marche, infatti, sono abituate a comunicare con una perfezione stilistica totale e oggi si ritrovano di punto in bianco immerse in una vasca in continuo fermento dove la gente le chiama col nome sbagliato, fa loro il verso in contro-spot spesso più popolari dell’originale, ne prova i prodotti e ne parla in pubblico (e non sono modelle, ma consumatrici brufolose e sovrappeso). Solidarietà – sincera – perché sento il disagio che provano coloro che sono i detentori del linguaggio della marca. Sento che si chiedono, nei confronti della Rete: devo davvero portare il mio brand lì dentro? E come? Continua a leggere

Gestire i Social Media sta diventando un problema?

Debora Serracchiani posta su flickr la sua sidebar di facebook. Thanks for sharing, Debora: ti uso come cavia, a questo punto. Nell’immagine vediamo molti dati significativi, uno in particolare: 2.358 richieste di amicizia inevase. Ora le alternative possono essere:

– Debora Serracchiani trascura facebook e le tantissime richieste si sono accumulate nel tempo.

– Debora Serracchiani NON trascura facebook, ma ha oggettivamente difficoltà a tenere il ritmo con la sua popolarità crescente.

In entrambi i casi in questo momento facebook sta rappresentando più un problema che un’opportunità per la giovane politica. Quanti elettori mancati si annidano tra i 2.358 amici non accettati? Quali occasioni di incontro andate perse si nascondono in quei 248 inviti ad eventi senza risposta? E la presenza di Debora e la sua partecipazione in quei 1.257 gruppi a cui non si è ancora iscritta quanto avrebbe potuto aiutarla politicamente? Se a ciò aggiungiamo che un giovane politico oggi non può trascurare altri stumenti quali, per citarne solo alcuni, YouTube, Flickr e diciamo un blog il risultato è che un politico, anche solo emergente e con un seguito limitato, rischia di non farcela a gestire la sua immagine in prima persona. Ma il senso del web dei social network non era proprio questo: il dialogo diretto? E quindi?

 Far rispondere un segretario non si può, sarebbe (giustamente) un piccolo scandalo. Anche se certe funzioni in realtà un Personal Assistant potrebbe assolverle. Si aprono quindi due scenari.

Fino a dove un politico sui social media può “farsi sostituire”?

I Social Network possono paradossalmente tornare a diventare strumenti di comunicazione di massa (one to many)?

 

Su facebook, privacy, Obama, politici, aziende, ADV, fiducia… (+ TRADUZIONE)

…insomma un po’ tutte le cose di cui si parla e si dibatte anche da noi riguardo il social network che conta ormai circa 6 milioni di italiani che almeno una volta ci sono passati.

Di facebook qui in Italia se ne dibatte a volte con poca cognizione di causa (pare ci siano politici italiani che su facebook ci vogliono andare, ma “solo in prima pagina!“) o con troppi tecnicismi, spesso facendo molta confusione o sollevando inutili conflitti tra media. Quale opinione migliore di quella di chi facebook lo ha creato? 

Mark Zuckerberg , il fondatore e CEO di facebook.com, risponde (ovviamente in inglese) a tutte le vostre domande su facebook durante un’intervista rilasciata al DLD09

GUARDA IL VIDEO (in inglese, HD 37′ 59″)

Io trovo interessante che Zuckerberg faccia continuo riferimento al concetto di Trust (fiducia) e al fatto che viviamo in un sistema di relazioni in cui ognuno di noi è arbitro (e responsabile) della fiducia che riversa nelle proprie relazioni (offline e online).

Quanta parte della popolazione italiana è in grado oggi di riconoscere a quali servizi dare fiducia sul web? E a quali persone con quali conseguenze? Personalmente ho sempre ritenuto e sostenuto che il problema è un problema di cultura/literacy digitale, a prescindere dal servizio di moda del momento (un anno fa youtube era il ricettacolo di ogni male, ora non se ne parla più).

Una maggior diffusione della cultura digitale aiuterebbe le persone, i politici e anche le aziende a usare meglio un mezzo nuovo sia a protezione della loro immagina sia come potente strumento di promozione.

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ALCUNI PUNTI DEL DISCORSO DI MARK ZUCKERBERG TRADOTTI IN SINTESI

1) La crescita vertiginosa di Facebook e il paragone con MySpace

02’00”-03’00” circa – […] le ultime statistiche ci danno più di 150 milioni di utenti worldwide. Credo che facebook e MySpace siano molto diversi. MySpace la vedo più come una media company, mentre noi vediamo facebook come una “technology company” che aiuta la gente a comunicare meglio e condividere meglio le informazioni”. Cerchiamo di sviluppare facebook proprio per agevolare questo: lo scambio di informazioni e per rendere il mondo un posto più aperto e trasparente. […] 

09’00”-09’30” circa […] c’è questo nuovo trend per cui le persone condividono sempre più informazioni, ma in modo sempre più frenetico e frammentato. Pubblicano piccoli pezzi di informazioni, di vita in modo molto veloce e semplice. […]

10’30”-11’00”   […]  Questo è lo scopo di facebook, della nostra azienda: dare alla gente il potere di condividere e rendere il mondo un posto più aperto e trasparente. (ha davvero ripetuto le medesime parole N.d.R.) […]

2) La privacy e il controllo dei dati

11’20”-11’45”  […] Abbiamo sempre fatto di tutto per dare alle persone il controllo sulle loro informazioni e la loro privacy. Credo questo sia la ragione del nostro succeso in Germania, per esempio. (l’intervista ha luogo in Germania N.d.R.) dove le persone sono molto attente alla privacy. La filosofia di facebook è sempre stato pensare che la gente ha voglia di condividere più informazioni, se può scegliere esattamente con chi condividerle. […]

13’00”- 14’00” […] E’ sbagliato pensare che, siccome abbiamo molti dati dei nostri utenti, siamo tentati di farne un uso distorto. Per due motivi: il primo è che il mondo ormai è trasparente, la cosa si saprebbe subito e la gente smetterebbe di usare facebook. Ma il motivo più importante per cui non ha senso che lo facciamo è che più siamo in grado di trasmettere fiducia alle persone più facebook cresce, quindi è contro il nostro interesse  non rispettare le informazioni e la privacy. […]

14’10”- 15’30” […] Ci sono moltissimi utenti che usano i Privacy Settings per modificare i loro dati o la visibilità di quei dati. In particolare troviamo importante che si diffonda la consapevolezza di poter controllare i propri dati e che è facile farlo.[…] (Qui, a mio avviso, stenta un po’. Sa molto di risposta pronta, ma probabilmente si può comunicare meglio e di più la possibilità di limitare l’accesso alle proprie informazioni. Ovviamente facebook vive tra due spinte, quella etica e quella di massimizzare la condivisione, e quindi la partecipazione e il successo. N.d.R.).  

3) Le foto e i tag

16’20”- 17’30” […] Il discorso delle foto riguarda un punto fondamentale delle dinamiche umane. Le foto su facebook funzionano così: si può caricare una foto dove ci sei tu, taggarti e tu, in caso, puoi successivamente rimuovere il tag. Se uno pubblica una tua foto sulla tua pagina, tu puoi rimuoverla. E comunque la possibilità di taggarti ce l’ha solo la gente che è tua “amica”, con cui ti sei connesso e di cui ti fidi. Ma la vera domanda è: nella vita reale se io ti dò una foto tu puoi darla a qualcun altro, giusto? Su facebook noi privilegiamo chi carica l’informazione, il quale ha diritto a impedire agli altri di ridistribuire un’informazione, un contenuto, una foto. […]

18’40”- 19’10” […] Il punto fondamentale è la fiducia. E’ ovvio che è impossibile per facebook fare da “poliziotto” per tutti. Bisogna che impariamo a riconoscere i nostri veri amici e di chi fidarci. Ovviamente interveniamo subito se qualcosa di illegittimo viene pubblicato, ma se qualcuno ha diritto a pubblicare un’informazione o una foto non possiamo farci niente.  […]

20’10”- 21’15”  […] Ognuno decide per sè quanti e quali amici avere su facebook, se avere solo amici che conosce di persona o aggiungere sconosciuti. Il concetto di fondo è il Social Graph, la mappa sociale delle persone. Vista la velocità con cui oggi, grazie a Internet si diffondono le informazioni, trovo che uno strumento che ti consente di controllare con chi condividere le tue informazioni sia molto importante. […] (anche qui Zuckerberg circumnaviga intorno al punto, la domanda era: dobbiamo essere più attenti a chi scegliere come amici su faceboook? – N.d.R.)

4) Facebook e le aziende

22’15” 23’00”–  […] Ci sono molti modi in cui le aziende possono raggiungere le persone su facebook. Ci sono le pagine di prodotto. Molti usano dei finti profili di persone, altri sviluppano applicazioni. Lo scopo è poter contattare le persone, scrivere loro un messaggio, entrare nel loro flusso di news. Ci sono due applicazioni che fanno questo su larga scala, una è ILike (dedicata alla musica) e una è Causes, dedicata al sociale, che consente alle persone di diffondere consapevolezza e raccogliere soldi per varie cause.  […]

24’30” 25’20” […] Il concetto di fondo è che costruire una connessione con una persona (che sia da un profilo, da un pagina, da un gruppo) è un valore. Una persona con cui si è connessi, infatti, la si può contattare quante volte si vuole (o finché si stufa e ci elimina come amici N.d.R.). Questo cambia i modelli di marketing su Internet, basati sul clickthrough (se una persona clicca il mio annuncio pago). Qui invece è completamente diverso, se ho una connessione con una persona questa può “cliccare” o attivarsi con me un numero indefinito di volte, dipende dalle mie capacità relazionali. […]

5) Facebook Connect

25’50” 27’00 […] Facebook Connect è la vera evoluzione di facebook. Sin dall’inizio abbiamo dato alle persone la possibilità di costruire applicazioni, veri e propri “pezzi” di facebook, ma abbiamo subito messo in chiaro che presto avrebbero potuto fare lo stesso anche al di fuori di facebook. Spesso molte persone vogliono fare entrambe le cose: costruire uno spazio legato a facebook, ma esterno dove posso controllare il dominio, la grafica le funzioni etc etc, e contemporaneamente, costruire qualcosa dentro facebook, in un ambiente che la gente conosce e di cui si fida. Credo che facebook connect sarà sempre più importante, abbiamo già centinaia di migliaia di sviluppatori che usano la piattaforma di facebook e che useranno facebook connect. Ci concentreremo molto su questo nel 2009. Filosoficamente vogliamo dare a chiunque la possibilità di condividere informazioni con lo stesso controllo che hanno dentro facebook sia che siano dentro sia che siano fuori. […]

6) Facebook e revenue

27’20” 30’20”  […]  Ho sempre detto, anche l’ultima volta che ero qui in Germania (l’intervista ha luogo nel 2009 in Germania N.d.R.) che non stiamo pensando agli incassi, ma alla crescita e alla diffusione di facebook: questo è il nostro obiettivo. Non ci piace parlare molto di soldi, e non solo perché siamo una società privata e quindi per definizione siamo riservati. Non lo facciamo anche perché siamo in un momento storico in cui la gente pensa troppo ai soldi, mentre io voglio ricordare a chi lavora in facebook che siamo uno strumento di comunicazione. Comunque siamo molto soddisfatti, i proventi vengono principalmente da due attività. La prima sono le vendite di advertising, abbiamo iniziato negli Stati Uniti e lavoriamo con 2/3 dei più importanti advertisers e stiamo aprendo in tanti altri paesi. L’altra attività sono le vendite di ads online, per cui anche un privato può comprare dei piccoli annunci. Ci aspettiamo una  riduzione della crescita, dovuta alla contingenza economica, ma, appunto, si tratterà solo di una crescita meno forte, ma comunque di crescita.  […] 

7) Facebook e la politica

32’30” 33’30”  […] La cosa davvero unica della campagna di Obama è stato l’uso diffuso di diversi strumenti dei cosiddetti social media. In questo modo Obama ha comunicato direttamente con le persone, in un modo molto democratico, senza passare per altri media. Ha usato moltissimi servizi, ma quello su cui ha avuto il maggior numero di contatti è facebook. Credo che ora ne abbia 4 o 5 milioni: una cifra incredibile. Il punto è la capacità di comunicare direttamente con le persone, inserendo messaggi nel loro flusso di news, nei loro messaggi privati e potendo continuare un dialogo nel tempo.   […] 

8 ) Facebook e la società

34’10” 35’20”  […] Quando siamo partiti con facebook non immaginavamo nemmeno lontanamente questo tipo di diffusione. E’ fantastico vedere come il mondo si stia muovendo verso un maggior desiderio di condivisione e verso una maggior apertura e trasparenza (E tre! N.d.R.). Pensando a queste dinamiche non mi sorprenderei di vedere facebook crescere molto ancora. Oggi le persone possono collegarsi e parlare e scambiarsi informazioni tra di loro, invece di dipendere da un giornale. Ciò significa che le persone stesse possono organizzare movimenti, iniziative, relazioni. Possono informarsi e decidere in quale ristorante andare o interagire con un governo e scegliere assieme come regolare la vita pubblica. Penso che vedremo sempre più di questi fenomeni in un mondo sempre più aperto e trasparente (E quattro! N.d.R.) […]

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In conclusione Mark Zuckerberg tiene il palco e risponde alle domande con una prontezza, una maturità e un senso etico straordinario per avere 24 anni. Ogni tanto sembra un po’ “programmato“, ripete dei mantra in gran parte condivisibili, ma a volte un pelo distaccati dalle domande. Allargando il punto di vista, a mio modesto avviso, emergono due considerazioni:

-mediaticamente e dal punto di vista dell’informazione ci stiamo muovendo su delle direttrici che hanno accelerazioni troppo forti in questo momento perché chiunque possa pensare di averne il controllo o una visione del punto di arrivo

-in Italia siamo un paese di vecchi: il fondatore di facebook ha 24 anni, Obama 47, assieme ne hanno 71: meno del Presidente della Repubblica o del nostro Presidente del Consiglio che è anche presidente della più importante media company italiana. Se non costruiamo un sistema paese in grado di produrre innovazione, invece di conservazione conteremo sempre di meno.

 

video visto su Social Media Corner

Musei 2.0

Mi scrive lo studente autore di una tesi su Musei e Web 2.0 per ringraziarmi e dirmi di aver inserito Internet P.R. nei ringraziamenti della tesi. Sono io che lo ringrazio perché mi fa rendere conto di aver trascurato troppo il settore del marketing culturale online, che soprattutto in Italia, ha delle potenzialità enormi.

Credo che dopo il dibattito su Internet e politica, scatenato dalla campagna di Obama e che ha dato luogo a una serie di incontri in Parlamento, il cui esito non è ancor chiaro, ma è pur sempre un inizio, sia giunto il momento di aprire un altro fronte: quello dei beni culturali.

Siamo il paese dei musei, dell’arte, delle pinacoteche, delle sculture. Penso che dovremmo al più presto implementare uan strategia di identità digitale (e quindi globale) del nostro patrimonio artistico.

Esperienze? Suggerimenti? Idee? Da dove comincereste? Che dice Mario Resca?

 

Scarica gratis la tesi Musei online – Gli strumenti 2.0 al servizio del dibattito culturale