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Whatsapp, Line e WeChat: le “messenger app” che sfidano Facebook e Twitter.

UPDATE: pochi giorni dopo la pubblicazione di questo post facebook ha acquisito WhatsApp per 19 miliardi di dollari (LINK). 

 

WhatsApp, Line e WeChat mandano un messaggio agli altri Social Network: e se il futuro fossimo noi? Ci sono molti punti a favore dell’ipotesi che le “Messenger App” (così chiamate per la loro funzione primaria di messaggistica e chat, a cui se ne vanno sommando molte) possano prendere in un futuro abbastanza prossimo una posizione di predominio nel mercato dei Social Network. Vediamoli assieme. Continua a leggere

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La Storia di Instagram – Gli 8 falsi miti sulle start-up secondo il suo fondatore

Kevin Systrom, il fondatore di Instagram, l’App per condividere foto venduta in questi giorni a facebook per un miliardo di dollari, ripercorre per gli studenti di Stanford (l’università dove lui e il suo confonder Mike Krieger hanno studiato) la storia di Instagram in un bel video che ci racconta anche molto sulle Start Up e sulle dinamiche del web.

Ecco gli 8 falsi miti delle Start Up, secondo il fondatore di Instagram, tradotti e sintetizzati per voi:

1) Non si impara a fare gli imprenditori dai blog o dai libri. L’esperienza diretta ci insegna molto più di qualunque altra cosa. Un giorno sul campo vale 1 anno sui libri, e non si sarà comunque mai abbastanza pronti.

2) Non serve essere “informatici” per lanciare una Start Up. La maggior parte dei fondatori di StartUp di successo non ha studiato Computer Science. Incluso Kevin. In caso sceglietevi un cofounder geek 🙂

3) La cosa difficile non è trovare le soluzioni, ma il problema. La vera sfida è capire quali sono i problemi che gli utenti hanno e che nessuno ha mai risolto. Trovati quelli il resto è più facile.

4) Tieni il progetto segreto il meno a lungo possibile, anzi: parlane subito! Testare, fallire e sperimentare subito costa meno ed è l’unico modo per progredire.

5) Non cercate finanziamenti troppo alti o “bidding war”. La Start Up va fatta per gli utenti, non per gli acquirenti. Senza utenti non vi compreranno mai.

6) Una Start Up non significa solo sviluppare un prodotto, ma un sacco di altre cose. Tra assunzioni, tasse, finanziamenti, team building, sarete fortunati se il tempo dedicato allo sviluppo del prodotto arriverà al 50% del tempo dedicato.

7) La tua prima idea non sarà quella buona! Quasi tutte le Start Up, inclusa Instagram che all’inizio doveva fare check in e si chiamava Burbn, nascono per approssimazione e continue, successive discussioni e ottimizzazioni.

8) Le Start Up non nascono di notte. Il tempo medio di successo sono 5 anni e la strada è lunga e faticosa, sembra facile solo guardando all’indietro.

Misurare facebook

Pubblico un piccolo estratto in anteprima del nuovo libro in uscita questa primavera, come promesso ne terrò una copia omaggio per ogni aiuto significativo che verrà adottato nel libro. Ecco un tema importante, misurare le proprie attività su FB, vi pare manchi qualcosa?

Abbiamo visto quante attività e quanto diverse tra di loro si possano condurre dentro facebook. Ma come si può capire se stanno andando bene? Se l’investimento è valso la pena (ROI)? Se le performance sono migliorabili (KPI)?

È molto difficile misurare attività che hanno a che fare con reazioni umane e quindi imprevedibili e con indicatori spesso qualitativi, proviamo comunque a individuare alcune famiglie di indicatori che si possono usare per dare un valore e un giudizio alle proprie azioni su facebook. Troviamo indicatori:

– quantitativi
– qualitativi
– virali
– benchmark

Indicatori quantitativi dentro facebook

Molti ce li fornisce la piattaforma stessa, nel proprio pannello di Insights. Sicuramente sono indicatori semplici da tener monitorati e interessanti:

– il numero di LIKE (followers)
– il numero di interactions (like a un post più commento)
– il numero di post che le persone lasciano in bacheca
– il numero di visualizzazione dei contenuti postati
– il numero di vendite, prenotazioni, partecipanti a un evento generati via facebook
– il numero di link generati in uscita verso altre property

Questi indicatori danno una buona idea della dimensione della propria community e se confrontati a trend dell’andamento della sua gestione e crescita. Indicatori di questo genere sono da valutare con attenzione in occasione di campagne media che abbiano lo scopo di far crescere il numero di follower per capire che effetti abbiamo sortito.

Indicatori qualitativi dentro facebook

Di più difficile individuazione e misurazione sono però altrettanto importanti rispetto ai quantitativi, dato che si tratta di un lavoro di relazioni e l’obietto generale è quello di ampliare e ottimizzare la brand reputation. Sono indicatori quantitativi dentro facebook:

– la crescita organica di like (followers)
– il tasso di abbandono dei followers
– il sentiment dei commenti e post in bacheca
– Il trend delle interactions come misuratore della capacitò di engagement

 

 

Indicatori virali dentro facebook

Anche questi sono di difficile rilevazione, ma molto importanti perché testimoniano un elevato coinvolgimento (in positivo o in negativo) della community e ne rappresentano l’estensione al di fuori dei confini della Page aziendale.

Sono indicatori di propagazione virale:

– le condivisioni da parte degli utenti dei vostri contenuti
– i tag che la vostra azienda riceve
– i post (status update) che citano la vostra azienda e i vostri prodotti
– gli inviti che gli utenti fanno ai loro amici per farli diventare follower o per farli iscrivere a un vostro evento

Indicatori di benchmark

Non esistendo uno storico, un listino o dati consolidati è fondamentale effettuare una controverifica di tutti i dati che si monitorano (o almeno dei principali) confrontandoli periodicamente con quelli dei principali competitor (per i quali non si ha il pannello Insights, quindi tale confronto sarà ovviamente possibile per i soli dati pubblici).

Monitorare pochi dati, strutturalmente funzionali a facebook, chiari indicatori di attività e farlo in modo continuativo e incrociato co la concorrenza è il modo più semplice di avere dei KPI o un ROI facilmente calcolabili. Cercare di misurare troppi dati o di “tirarne fuori” dei valori terzi rischia di generare dei report inutilizzabili. Per strumenti complessi, servono misurazioni semplici.

Un amico vale più di mille badge? [facebook Vs. foursquare]

Una veloce premessa. La geolocalizzazione è una funzione di alcuni device tecnologici (smartphone con gps) e servizi web (social network) che consentono alle persone di identificare e comunicare il posto esatto in cui si trovano. Il fatto di condividere pubblicamente o semi-pubblicamente (ai propri contatti) la “location” in cui ci si trova innesca una serie di possibili conseguenze: scoprire chi dei propri contatti è lì, accedere a servizi mirati, scoprire l’esperienza avuta in quei posti da altre persone, lasciare traccia della propria esperienza etc etc

Una piccola parte di appassionati di tecnologia (generalmente definiti “Early Adopters”, quelli che hanno sempre le cose prima degli altri) stava già “giocando” da alcuni mesi con la Geolocalizzazione grazie a Foursquare. Foursquare è un geo-social-network costruito con molte feature tipiche di un gioco (punti da ottenere, premi da ricevere, segnalazioni da lasciare/scoprire…) che probabilmente hanno titillato la fantasia di noi early adopter, che spesso per nostra natura siamo anche un po’ geek.

Passato qualche mese i Location Based Services e la gelocalizzazione sembrano diventare il nuovo Eldorado del Marketing e la nuova frontiera di innovazione della società. Qualunque servizio web dichiara di stare sviluppando la propria piattaforma di geolocation. Passa qualche altra settimana e, dopo Twitter, anche facebook annuncia la propria soluzione: Places, rilasciato in alcuni paesi nella seconda metà di Agosto e presto anche in Italia.

Sono innumerevoli i post sull’argomento. Quasi tutti (senza ben capire perché) ritengono Places lesivo della privacy, il che a me pare abbastanza ridicolo, è come ritenere lesivo della privacy un megafono: dipende da come lo si usa, no? È controversa, invece, l’opinione sul duello tra Facebook e Foursquare per chi diventerà la piattaforma di riferimento in termini di geolocation.  Non amo fare previsioni, ma posto che, come sempre, sarà la “pancia” mainstream degli utenti a decidere le sorti di questa sfida a leggere alcuni segnali deboli pare non ci sarà partita e da qui alla fine dell’anno facebook diventerà la geo-piattaforma dominante. Proviamo a considerare i seguenti fattori:

– nonostante l’uso intensivo e invasivo di foursquare è sempre stato un numero limitato di utenti (gli early adopters) a attivare il servizio, suscitando curiosità (a volte fastidio) da parte degli altri.

– i servizi esclusivamente “geo” sono già più d’uno (foursquare, gowalla) e si contendono un mercato di nicchia

– un utente mainstream che volesse dar seguito alla curiosità e provare foursquare deve registrarsi su un servizio terzo, il che è un grande ostacolo in partenza e all’uso (anche dal device mobile serve aprire un’altra app e non la solita, cioè facebook)

– facebook places, sull’onda dell’Hype, è l’argomento del mese ed è lì: pronto da provare per tutti i 500 milioni di utenti facebook

– la apparente iniziale “povertà d’esperienza” di una registrazione effettuata con places rispetto a una effettuata con foursquare (badge, tips, punti) è apparente e ingannevole. Quando facebook places sarà a regime la “ricompensa” che se ne potrà trarre sarà molto maggiore dell’ennesimo badge, sarà l’integrazione con in nostro lifestream, sapere le relazioni che i nostri amici hanno con quel posto e tutto il Social Graph di un luogo.

Insomma, a guardarla con un po’ di distacco sembra quasi che foursquare abbia “tirato la volata” a facebook places, scatenando la community dei blogger sull’argomento, incuriosendo il pubblico generalista e sdoganando un concetto che adesso facebook può applicare alla massa. E a meno che foursquare sappia evolvere rapidamente in qualcosa di più e di utile, rischia di veder crescere le attività di geolocation su FS a ritmi esponenziali che non potrà contrastare… A quel punto su quale location vorrete registrarvi? Su quella da 20 early adopters con cui siete blandamente connessi o su quella con 200 amici?

E il marketing? Sicuramente arriverà (ci metterà un po’, prima del 2011 in Italia no vedremo, secondo me, grandi casi) e le potenzialità sono moltissime, ne riparleremo più avanti. In Israele c’è già un interessante esperimento di Coca Cola che integra Geo Location e RFID. Per finire le opportunità che la geolocalizzazione offre sono tantissime, basti solo pensare a: marketing di prossimità, rilevazione delle esperienze territoriali, promozione delle località turistiche, promozioni sul punto vendita, assistenza in mobilità…

Dai Fan al “mi piace” passando per i follower. Considerazioni semantiche e strategiche per i brand.

Recentemente facebook ha introdotto una modifica ai servizi riservati alle aziende: le pagine che i brand possono aprire non si chiameranno più “Fan Page” e non avranno più il bottone “Diventa Fan” come azione richiesta all’utente per seguire gli aggiornamenti della marca. Sembra una modifica da poco, ma da un lato c’era chi già si stava costruendo piani di comunicazione, dall’altro un concetto importante, che si stava pian piano affermando è stato eradicato: con quali conseguenze?

Gli operatori di digital marketing hanno passato gli ultimi mesi a cercare di introdurre nei propri benchmark, nei propri piani e nei propri report il concetto di “Fan” per un brand. In alcuni mondi (marketing sportivo, entertainment…) il concetto di Fan è connaturato alla natura stessa del mercato, sono anzi state proprio le Rockstar e le Sportstar a fare da driver su facebook per molte fanpage di successo (a proposito: come le chiameremo adesso?). Diverso il discorso per i brand, con rarissime eccezioni che fanno scuola a sé (Apple, CocaCola, HelloKItty e poche altre) le marche o le aziende non hanno “fan”, non hanno “tifosi”, non li hanno mai avuti e, soprattutto, non sanno come gestirli.

Le aziende hanno consumatori, clienti, a volte felici a volte arrabbiati, forse hanno cultori e appassionati, ma quelli di Fan (tifosi) è un concetto troppo forte che sinora non era mai rientrato nelle teorie di marketing o nelle leve da sfruttare. C’era chi addiritittura aveva immaginato l’avere “1.000 fan autentici” come la formula contemporanea del successo, i Fan come gatekeeper della popolarità verso il successo di massa.

Il concetto di fan e la “Fan Culture”, d’altronde, non li ha certo inventati facebook, anche nella comunicazione è un movimento di massa che viene osservato da alcuni anni: si pensi solo all’ottimo lavoro di Henry Jenkins con Fans, Blogger e videogamers che analizza l’insorgere di un fenomeno di costume per cui consumatori sempre più appassionati e fidelizzati intervengono nei processi creativi e comunicativi della marca “dal basso”, ma con un influenza non più trascurabile. O si veda qui da noi l’ottimo lavoro di Giovanni Boccia Artieri che con “I Media-Mondo” esplora i temi della partecipazione ai media da parte di quelli che una volta erano “gli spettatori”.

Facebook, con la sua rapida e tumultuosa ascesa e il repentino raggiungimento di 400 milioni di utenti attivi e identificati con nome e cognome, ha semplicemnte portato a galla tutto questo, rivelando il nostro essere fan della Pizza o di Totti, ma anche di Apple o della Fiat 500. Informazioni preziose, ma anche l’abbozzo di piattaforme comunicative nuove per i brand. Dopo un paio di anni alla finestra alcune aziende iniziavano a pianificare attività per la propria “fan base”, trasformandosi in editori, in entertainer, in Media Companies per dirla “à la Forrester. Lo scoprire di avere (o di poter avere) dei Fan su Internet è stato accolto da alcuni marketing manager di casa nostra prima come una preoccupazione, poi come un fenomeno da comprendere, infine come una miniera d’oro da sfruttare. Probabilmente la verità sta nel mezzo, resta il fatto che il concetto di Fan stava producendo innovazione e sperimentazione salutari in molti piani di marketing.

Ora Facebook, preoccupata probabilmente di non avere trend di crescita sufficientemente alti negli investimenti pubblicitari a sostegno di queste pagine e di appianare uno scalino concettuale per i marketing manager meno familiari col web, ha eliminato il bottone “Become a Fan” e con esso tutto quanto ci siamo detti sopra, sostituendolo con un “Mi piace”.

C’è chi sostiene, come Fabio Giglietto, che sia un bene, dato che “diventare fan, almeno in alcune culture come l’Italia, non ha un’accezione molto positiva…” C’è poi chi cita un’email di facebook alle agenzie di advertising americane che sosterrebbe che: “‘Like’ offers a simple, consistent way for people to connect with the things they are interested in” – il like è un’azione più semplice per gli utenti – e che:  “These lighter-weight actions mean people will make more connections across the site, including with your branded Facebook Pages” – con un’azione più semplice le aziende avranno più fans… pardon, amici… pardon… come li definiamo ora? Poi c’è chi si preoccupa che questa novità possa essere “al limite della truffa”, visto che siamo abituati a fare like senza subire le conseguenze” di ricevere poi aggiornamenti da una persona. Insomma un’edulcorazione dell’interazione e a mio modo di vedere è proprio questa edulcorazione il suo limite principale, che crea due problemi:

– Che fine fanno i Fan?

– Come definiamo concettualmente le interazioni tra brand e persone sui Social network?

“Che fine fanno i Fan?” è una domanda che prendo a prestito da Andrea Colaianni, ma che secondo me non significa “che fine fanno dentro facebook“, è irrilevante che fine fanno dentro facebook, secondo me “Che fine fanno i Fan?” significa che fine fanno nella testa dei direttori marketing, che fine fanno nei piani di comunicazione delle aziende. Se il termine poteva essere “troppo americano” il concetto era sicuramente innovativo e “importante”. Non abbiamo nemmeno lasciato il tempo alle aziende di familiarizzare con una nuova forma di relazione con i consumatori, con una nuova categoria di stakeholder, che subito gliela annacquiamo. “Che fine fanno i Fan?” secondo me è la domanda che gli operatori devono porsi nei prossimi mesi, cercando di trattenere quel che di buono c’era e di costruire piani, piattaforme, azioni di comunicazione che facciano leva su quella nicchia, grande o piccola, di consumatori che sono dei fan della marca, e che possono avere il ruolo di connector, di hub, di diffusori del messaggio di marca. O c’è chi ancora pensa che il viral marketing si faccia con un video “creativo”?

Definire concettualmente il ruolo dei consumatori che interagiscono con la marca nelle piattaforme di Social Networking è l’altra sfida aperta da questa decisione. Lo dico con un po’ di sollievo perché se da un lato il concetto di Fan ha una sua rilevanza, dall’altro era probabilmente riduttivo. Non tutti i consumatori disposti a interagire con la marca hanno quel grado di empatia e le interazioni possibili non si limitano solamente a azioni “da Fan”, ma saranno sempre più simili a un customer care evoluto, a un servizio clienti online, quando non a uno store, come detto in precedenza. Definire Fan i navigatori che scelgono di affiliarsi a una pagina aziendale era troppo restrittivo, una volta “salvati” i veri fan e creato loro un playground, un laboratorio dove sperimentare assieme alla marca, a mio modo di vedere è ora di passare a una relazione più matura da parte dell’azienda verso i propri consumatori online. In questo senso il “like” non aiuta, è ancora troppo emozionale, giocoso e, soprattutto, non declinabile. I “likers”? Non mi pare proprio il caso…

E se chiamassimo in soccorso il concetto di followers? Semplice, ricco di senso, già sperimentato con successo da Twitter e adatto sia a chi vuole una relazione forte ed emotiva con la marca sia a chi preferisce un approccio asettico e informativo. I navigatori possono sentirsi “Followers” nel senso di “seguaci”, “adepti”, “sostenitori” di un brand oppure possono più comodamente decidere di “Follow” di seguire un’azienda e i suoi aggiornamenti perché curiosi o interessati ai suoi prodotti o servizi.

From Varie

Seguici su Twitter” è una proposizione semplice, sensata e accettabile per un brand da fare ai propri consumatori. Un negoziante non si vergognerebbe di dirla a un porprio cliente, mentre probabilmente non si sentirebbe a proprio agio a dirgli: “puoi diventare mio fan su facebook” o “Dì che ti piace il mio negozio su Internet”. In centro a Tokyo molti negozi espongono biglietti da visita che invitano a seguire su Twitter le novità, a volte addirittura è lo stesso registratore di cassa che lo fa.

Non tutto il male vien per nuocere, quindi, se le aziende sapranno trarre da questo piccolo mutamento due grandi lezioni:

1) I fan sono importanti, create uno spazio per loro.

2) La comunicazione di un brand deve essere “seguibile“, deve saper attirare e mantenere dei followers grazie a un mix sapiente di contenuti e community management.


Crowdselling: è giunta l’ora di vendere ai propri fan di Facebook?

Ne avevamo parlato in un posto poco tempo fa: tra i motivi per cui gli Internet Users americani seguono un brand su facebook c’è la possibilità di avere sconti e “special offers” (vedi qui). Ora eMarketer torna con nuovi dati (volendo anche un po’ ovvi, come sottolinea Luca) che ci dicono che il primo motivo dichiarato per seguire un brand su facebook è ricevere “discounts and promotions”.

Oltre a ciò più di metà degli utenti facebook e il 67% di quelli twitter intervistati dichiarano che sono più propensi a acquistare e/o a raccomandare (!) un prodotto che “seguono” sui Social Network. Che si stia raggiungendo il sogno di ogni marketer: misurare direttamente in vendite gli effort di marketing?

Quali forme di vendita possiamo immaginarci in questo scenario: credito telefonico/dati venduto a te e al tuo network di amici? Vendi tre abbonamenti per me e ti regalo un iPhone? Trova chi compra una macchina con te e la usa le ore in cui a te non serve? Alcuni lo chiamano Crowdselling, di sicuro le opzioni sono molte.

Diciamo che per adesso il segnale dà un valore prospettico molto concreto alle azioni sui Social Media e che forse Automotive, Telco, Banche dovrebbero osare un po’ di più e “tentare” azioni anche commerciali. Resta aperto il discorso della piattaforma: quando facebook prevederà l’ecommerce? Come saranno gestite le transazioni? Un Social Network diventerà la più grossa banca mai esistita?