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Milano: 1.000 prese elettriche nei parchi

Oggi è una domenica pomeriggio di “pre-estate” e, avendo un po’ di arretrati, ho pensato di recarmi a lavorare a Parco Ravizza. Un’ottima idea dato che, a parte qualche zanzara (!), al fresco e col silenzio del Parco si sta bene e lavorare è rilassante. Dopo due ore però ho dovuto sospendere l’attività, e chiudere il computer (si era scaricato) e passare all’iPad con significative limitazioni.

Tutto perché nei parchi non ci sono le prese di corrente!

In questo momento sarei (come credo altre persone) anche disposto a pagare per una ricarica di corrente. 1€ per mezz’ora? Può avere un valore economico? Oppure si potrebbero sponsorizzare dei punti ricarica, impiegherei un minuto o due volentieri per leggere o interagire con dei messaggi pubblicitari per avere la mia ricarica e continuare a lavorare.

Perché ciò non avviene? Credo per pigrizia o inerzia del sistema. Proviamo a dargli una spinta? Ho lanciato una causa su Causes.com e facebook, se anche voi volete le prese di corrente nei parchi a Milano aderite e “fate un po’ di rumore” portando altre persone interessate, poi, strada facendo, ci organizzeremo meglio.

Trovi la causa qui:

Disclaimer: questa iniziativa è individuale privata e scollegata da Hagakure o qualsiasi cliente dell’agenzia per cui lavoro.

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iPad Lessons: mezz’ora alla “Non Stop Banda Larga” del PD per parlare di rete e libertà

Non ho un grande rapporto con la politica, frequento poco tutto quello che ha a che fare con essa: dibattiti, partiti, seggi elettorali. Ho uno spirito pragmatico e un senso delle istituzioni e del dovere di un funzionario pubblico che fa fatica ad accettare la prassi politica nostrana. Sono, però, spesso dibattuto di non contribuire abbastanza al mio paese, con questa forma di distacco. Ho dunque accettato un invito per venerdì prossimo per parlare di un tema che reputo molto importante per lo sviluppo del mio lavoro e di quello di tante persone a me vicine: l’economia digitale.

Come potete leggere nella locandina il PD ha organizzato una full immersion nel tema “Internet e Banda Larga” ricca di ospiti interessanti e importanti. Assieme a Marco avremo il compito di parlare di come Internet e la tecnologia ci consentono di essere dei cittadini migliori. Ho chiesto consigli ad amici e esperti dei temi dell’open government e raccolto molti casi, trovate il thread qui. Li sto selezionando e sto cercando di dare un ordine, di trovare un discorso tra tanti esempi che possa magari gettare un semino tra la platea di venerdì. Se avete suggerimenti sono ben accetti sino alle 11:29 di venerdì 🙂

I giornali su iPad: le prime App a confronto.

iPad è stato presentato come il “Salva Editori”, il device in grado di far tornare i publisher in condizione di vendere le proprie notizie. In effetti le premesse ci sono: iPad e iTunes sono un’ottima “billing platform”. Molte importanti testate si sono fatte trovare pronte all’appuntamento con una App già avanzata in termini di sviluppo e con contenuti già a pagamento. Tra questi anche alcuni editori italiani. Vediamo un primo raffronto.

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Ottima e sofisticata la iPad App di TIME.

Una schermata di accesso che è in sostanza un piccolo “store” con l’archivio copie da comperare a € 3.99 l’una. Un menu intuitivo e pensato per il supporto e corredato di guida illustrata alla lettura su iPad (chapeau!).

Notevole il livello di multimedialità già in questa prima release. La navigazione delle storie e delle immagini è molto efficace e spettacolare e ci sono già parecchi contenuti video: su alcune pubblicità come mera trasposizione di spot, più utili e fruibili dentro le notizie.

In sintesi: buona la leggibilità. Ancora sperimentali le pubblicità, sembrano una pagina di mensile cartaceo trasposta, con in mezzo un video (si può fare meglio…). Poco chiaro l’uso di alcun video ripresi da YouTube: saranno stati riconosciuti i diritti agli autori del video? Come ci si deve regolare in questi casi?

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Un buon inizio anche quello di BBC NEWS per iPad.

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Al 4Comm di Bologna (follow up)

Oggi sono stato ospite in un panel assieme a Vincenzo Cosenza e Italo Vignoli a 4Comm, un incontro dedicato alla Comunicazione per le PMI che si è svolto a Bologna. Il tema del nostro intervento erano le PR online, il dibattito è stato interessante, e anche alcune domande arrivate dalla sala o da Twitter. Come sempre in queste occasioni si finisce per parlare in termini generali dell’approccio che le aziende tengono e/o dovrebbero tenere online e poco di strumenti e operatività. Come promesso ai partecipanti apro questo post per proseguire il dialogo, sentitevi liberi di farlo nei commenti o di aggiungermi su un social network di vostra preferenza e farlo in privato.

Sartoria e meritocrazia: stili imprenditoriali a confronto tra Silicon Valley e Italia.

Trovo sul blog di Massimo questa foto di Steve Jobs (Founder e CEO di Apple) e Eric Shmidt (il CEO di Google) ritratti a chiacchierare in un coffee shop. Steve ha la sua immancabile “divisa”: jeans, NewBalance e girocollo nero, Schmidt è appena più formale, ma lontano anni luce da come ci immagineremmo il CEO dell’azienda più potente del pianeta (e qui non so bene nemmeno io se mi sto riferendo a Google o Apple).

La Silicon valley è un posto strano, oggi è l’epicentro mondiale dell’industria tecnologica e (ormai anche) media, è stata la culla della cultura Hippie in cui la rivoluzione digitale affonda le radici, è il nord della california, quello della corsa all’oro, il Far West, insomma, terra di conquista da sempre. Dalle culture hippie, freak, hacker e dai crogioli culturali di Stanford e Berkeley è nata un’onda sismica che sta influenzando tutto il mondo, la rivoluzione digitale se la sono immaginata nei campus del nord california negli anni 70 e oggi sta riscrivendo le regole dell’economia globale. E lo sta facendo in blue jeans, portando con sè anche una nuova “eitiquette” del business.

Questo ambiente misto di cercatori di fortuna, crediti universitari sogno americano e aspiranti rivoluzionari ha generato forse il più grande sistema meritocratico della storia dell’uomo. La Valley attira i talenti di tutto il mondo e li centrifuga estraendone ogni anno una next big thing. C’è troppo da fare e da creare in un posto così per avere il tempo di andare a vestirsi da Caraceni, come dice Massimo. 🙂

Ho condiviso il post su facebook e ne è nata una vivace discussione su sartorialità, meritocrazia e brain-drain (fuga dei cervelli) con testimonianze interessanti da chi vive in USA: incollo qui sotto alcuni estratti, la conversazione intera è qui.

Paolo Privitera

Qui in USA c’e’ un forte desiderio del fare … e si parla solo quando si e’ fatto. Il sistema fortemente meritocratico auto-elimina in manierla naturale chi parla parla … e poi l’arrosto non arriva mai 😉

Roberto Dadda

La valley è un posto molto particolare, in genere in usa i megamanager sono immensamente più formali dei nostri!

Monica Pisciella

a mio parere in Usa si agisce, in Italia si pensa e si parla di agire…e non resta tempo per concretizzare. condivido apprezzamento per pragmatismo e per capacità di pensare in grande USA.
Paolo Privitera

Il sistema quasi esclusivamente internazionale e di immigranti (piu di 130 razze e lingue),e’ stato strutturato in maniera rigida e pragmatica tale da fare girare al meglio tantissimi ingranaggi sociali delicati … ricordiamoci che la gente e’ scappata da ogni parte del mondo per venire qui,a cercare fortuna,allontanarsi da situazioni spiacevoli edifficili o non condivise, intravvedendo un posto migliore dove imparare e crescere. Non che il sistema non abbia difetti, ma sicuramente e’ un posto migliore dell’Italia dove crescere e lavorare, e alla base sta etica, fiducia e rispetto verso il prossimo, parole (grosse e) rare in Italia. Mi piacerebbe poter portare un po’ di “cose buone” qui dalla Silicon Valley e potere migliorare un po’ il sistema Italia … ma la vedo difficile,forse rimarra’ un discorso possibile solo generazionalmente. Si potrebbero anche portare e metterle in pratica ma mancherebbe l’ecosistema. Certamente il brain-drain non porta da nessuna parte, ma basterebbe cosi poco per poter essere apprezzati anche nel Bel Paese.
Emergono chiari due temi, a mio modo di vedere: formalismo (anche burocratico) e assenza di meritocrazia, forse i veri freni allo sviluppo del nostro paese, oggi ancora più frenanti in una economia globale e in real time. Che ne pensate? Ce li vedete Berlusconi e Geronzi in New Balance? Che poi, secondo me, la meritocrazia l’abbiamo inventata noi proprio con le “botteghe”, no?

Nativi Micidiali: a 16 anni già chiedono di essere pagati per fare un post.

Avevo espresso alcune perplessità sul fenomeno, o meglio sull’attenzione a mio modo di vedere smisurata che ultimamente veniva riservata ai Digital Natives. Ne avevo parlato in questo post, chiedendomi e chiedendoci se tutta questa enfasi fosse dovuta davvero a dei talenti eccezionali (almeno quelli visti all’incontro romano di Capitale Digitale) o se invece non colpisse l’immaginazione di noi adulti sentir dire le stesse nostre frasi a dei ragazzini. I Nativi Digitali (definizione di comodo per indicare coloro che sono nati  cresciuti a contatto con le tecnologie digitali) o almeno le piccole star tra di loro sono dei veri talenti o sono solo “figli della transizione da atomi a bit e ci colpiscono per questo? Stiamo scoprendo dei geni o creando dei mostri? Probabilmente nessuna delle due, avrei detto anche io, almeno fino alla notizia di due giorni fa. 🙂

Succede che il più straordinario tra loro, l’ospite straniero, il role-model ultima esportazione della terra dei McDonald sia stato beccato con le mani in pasta: ha chiesto come autore di TechCrunch all’azienda che doveva recensire di essere pagato (con un computer) per fare un post di review. . Il peccato maximo per un blogger. 🙂

Daniel Brusilovsky, il nativo digitale che a Roma, con un filo di spocchia parlava dei suoi guadagni (30/40.000 dollari l’anno, almeno quelli dichiarati:-) ), delle sue aziende e dei suoi articoli si comporta già come il peggiore dei cronisti di mezz’età. Ruba le tartine, chiede regali per fare il suo lavoro. Ha costretto il povero Michael Arrington a pubbliche scuse due giorni fa.

Questo proprio il mese (maledetti tempi di stampa…) in cui WIRED incensa tutti gli altri partecipanti a quel meeting capitolino proponendoli, nel numero di marzo in edicola, come possibili ministri o Presidenti del Consiglio. Non siamo ridicoli, dai! Che poi si fan beccare con le dita nella marmellata proprio quando il giornale esce in edicola 🙂 Mi sa che stiamo correndo troppo, sarebbe stato meglio candidarli (seriamente) a rappresentanti del loro Liceo e sarebbe meglio abbassare un po’ i riflettori da dei ragazzi sicuramente bravi e intraprendenti, ma appunto ancora dei ragazzi. Lasciamoli coi loro genitori, lasciamoli andare a scuola. Rischiamo altrimenti di insegnar loro il peggio del nostro mondo e di impedirgli di imparare le basi etiche del lavoro.

Il buon Brusilovsky, con un post verosimilmente scritto dai suoi genitori, si ritira a studiare e fare il teenager per un po’. Ottima idea, Daniel: hai tutta la vita davanti per avere successo, non avere fretta. Riccardo, Luca cosa ne dite: facciamo tutti un passo indietro su questo tema? Proviamo a aprire un dibattito più noioso forse, ma molto più importante: quale educazione in un mondo digitale?

Rete e democrazia, ne parliamo in attesa del 4 febbraio a Venezia?

Michele Vianello, già Vice-Sindaco illuminato di Venezia, fautore di Cittadinanza Digitale e del WiFi pubblico nella città lagunare e di molti altri progetti “di Rete”, è ora direttore del Parco Scientifico e Tecnologico VEGA. Il 4 febbraio presso il VEGA si terrà LUMINAR 9: Internet e umanesimo. Internauti, pirati e copyleft nell’era “.torrent”.

Michele mi ha invitato a parlare nel panel Rete e Democrazia (politica e neutralità della rete), moderato da Luca Dello Iacovo e assieme a Vittorio Zambardino, Linda Lanzillotta, Michele Vianello stesso e Fiorello Cortiana. Sono grato a Michele di ciò per vari motivi: Venezia è la città dove sono cresciuto, il tema riunisce i miei studi (la Giurisprudenza) con la mia pratica lavorativa (il Web), finalmente posso fare due chiacchiere dal vivo e non via facebook con Zambardino che una volta ha anche ripreso un mio status di FB per farne un post su Scene Digitali, così lo ringrazio… 🙂

Detto ciò mi muovo oggi per chiedere anche il vostro aiuto. Io sto con NN Squad e vedo la Net Neutrality “à la Tim Berners Lee, e cioè:

Vent’anni fa, gli inventori di Internet progettarono un’architettura semplice e generale. Qualunque computer poteva mandare pacchetti di dati a qualunque altro computer. La rete non guardava all’interno dei pacchetti. È stata la purezza di quel progetto, e la rigorosa indipendenza dai legislatori, che ha permesso ad Internet di crescere e essere utile […]

In chiave utilitaristica, e lasciando fuori posizioni politiche o filosofiche, una rete neutrale è un territorio più fertile per l’innovazione, una rete dove i principi di Net Neutrality vadano persi porrebbe delle barriere all’ingresso probabilmente più alte per start-up e nuove imprese a carattere digitale. Ho personalmente e professionalmente anche una forte propensione a portare il discorso verso i contenuti e le licenze: Creative Commons e il recentissimo Public Domain Manifesto. Non trovo i due temi così lontani, si tratta di tutelare la libera circolazione delle idee, dell’informazione; dal punto di vista dell’infrastruttura o della norma poco cambia.

È anche vero però che il tema è complesso e sfaccettato, perché non mi comunicate il vostro modo di vedere la Net Neutrality oggi, nel febbraio del 2010 e quelle che secondo voi sono le istanze più urgenti e posso farmene ambasciatore in caso?

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