Internet e la “vivisezione” dei Brand

Passo le giornate a osservare i comportamenti delle aziende sul web e ho un sentimento ricorrente: la solidarietà. Per coloro che operano nel marketing e nell’ADV e che sono abituati a spot scintillanti girati in 70 mm, Jingle in dolby surround, foto da galleria d’arte, impaginazioni grafiche da museo. Le marche, infatti, sono abituate a comunicare con una perfezione stilistica totale e oggi si ritrovano di punto in bianco immerse in una vasca in continuo fermento dove la gente le chiama col nome sbagliato, fa loro il verso in contro-spot spesso più popolari dell’originale, ne prova i prodotti e ne parla in pubblico (e non sono modelle, ma consumatrici brufolose e sovrappeso). Solidarietà – sincera – perché sento il disagio che provano coloro che sono i detentori del linguaggio della marca. Sento che si chiedono, nei confronti della Rete: devo davvero portare il mio brand lì dentro? E come? Continua a leggere

I Digital Natives: ci interessano perché sono giovani o perché sono bravi?

Si parla molto in queste settimane di Nativi Digitali*, è un termine curioso perché se ne parli con un ragazzo tra i 15 e i 20 anni (cioè uno che con le tecnologie digitali ci è nato) ovviamente non ci si riconosce! Per un ventenne è la normalità, il mondo è fatto così, è digitale. Sono gli analogici o i Digital Immigrants (quelli nati col VHS per capirci…) che devono definire una categoria che presto, per dirla con Nicola Greco, sarà la norma: “saremo tutti Digital Natives tra pochissimo“. È un fatto anagrafico.

È normale che in un periodo di transizione la new breed incuriosica e attragga. Considerando poi che più sei digital più sei social e tendi a essere visibile, interconnesso si capisce come i Digital Natives (o meglio coloro che vengono definiti tali) siano sempre più al centro del dibattito. (Riccardo Luna ci dedica il prossimo Numero di WIRED).

Ieri a Roma, durante il terzo incontro del ciclo Capitale Digitale, si è svolto un interessante confronto tra:

Nicola Greco, 16 anni (scheda) / Salvatore Aranzulla, 19 anni (scheda) / Marco De Rossi 19 anni (scheda) / Jessica Brando, 14 anni (scheda) / Valerio Masotti 22 anni (scheda) / Andrea Lo Pumo 22 anni (scheda) / Daniel Brusilovsky 16 anni (scheda)

Ascoltarli sotto la statua di Marco Aurelio è stata sicuramente una ventata di freschezza in un paese governato da ultrasettantenni resistenti all’innovazione. La domanda che mi gira in testa da alcune settimane però è sempre la stessa.

Li ascoltiamo con interesse perché hanno 15 anni o per le cose che dicono? Ci colpiscono perché dicono le stesse cose che diciamo noi, ma hanno “solo” 15 anni o perché dicono oggettivamente cose nuove?

È facile cadere nel tranello di provare stupore per sentir dire a una persona tanto giovane le stesse cose che magari dicono operatori del settore noti e navigati. Non sto certo dicendo che i partecipanti di ieri siano dei semplici ripetitori, anzi: alcuni di loro sono imprenditori innovativi, altri blogger stimati a livello internazionale etc etc. Ma quanto incide il fattore età? Se Nicola greco fosse un 35enne lo ascolteremmo con la stessa attenzione? (a scanso di equivoci prendo proprio Nicola come esempio di incidenza del fattore età, perché lui sa quanto io lo stimi per il suo lavoro di sviluppatore. Lui stesso non gradisce troppo l’attenzione in quanto sedicenne, ma la vorrebbe in quanto developer).

Basta avere meno di 18 anni e un blog con un certo successo per essere un modello o tutta questa attenzione è in realtà disperazione di chi cerca una risposta?

Durante l’ultima Venice Session ricordo Martin Sorrell chiedere con un’insistenza fuori dal comune a Nicola Greco: “Which form of advertising would you rather receive?” Se da un lato fa onore al grande capo di WPP essere “così sul pezzo”, dall’altro fa paura sapere che non hanno la risposta e vedere il CEO del più grosso gruppo di comunicazione al mondo chiederla a un ragazzino. Sono i tempi che cambiano.

Io credo che in Italia scontiamo un po’ di sensi di colpa per essere un paese storicamente troppo protettivo verso la terza età come classe dirigente. Un paese dove a 40 anni sei un giovane politico o un giovane manager suona ridicolo a livello internazionale. Per cui dobbiamo creare la categoria dei supergiovani, per stabilire che loro non sono ancora pronti a prendere le redini e di conseguenza chi le ha non è ancora tempo che le molli…

Bravo quindi a chi tira fuori l’argomento e lo propone in Campidoglio e in rete.

Il mio native preferito di ieri? Daniel Brusilovsky. Uno che a 16 anni alla domanda “Quanto guadagni?” Risponde serafico: “All’ora o all’anno?” Uno che di euro ne fa 30/40.00 all’anno alla sua età. Uno che scrive su TechCrunch e fa il consulente e l’imprenditore. (Bio).

Senza nulla togliere a Andrea, Salvatore, Nicola e agli altri casi brillanti di ieri, Daniel ha attorno a sè (è nato in Silicon Valey) un ecosistema che valorizza il talento. Voi no. O almeno non ancora. Magari gli incontri come quello di ieri sono il presupposto perché questo ecosistema si sviluppi.

*=Nativo digitale (dalla lingua inglese digital native) è una espressione che viene applicata ad una persona che è cresciuta con le tecnologie digitali come i computer, Internet,telefoni cellulari e MP3. [ http://it.wikipedia.org/wiki/Nativo_digitale ]

My Wine Bloggers conference… (…or “a shortcut to Europe’s top wine bloggers”)

I’ll write this post in english, because of the many new friends I met in Lisbon last week end. I had an amazing time and met many interesting bloggers at the 2009 European Wine Bloggers Conference. I was there with a “not-so-secret” mission: explore the possibility of having the next edition in Italy and getting to know the international winesphere.

The two days have been so intense and way to short to have enought time to talk to everyone, I’ll draw a quick memo here, hoping not to forget anyone I had a chat with.

First of all the fabolous trio, the unstoppable organizers: Gabriella, Ryan and Robert. Thanks guys, a smooth weekend, planned in any detail.

The vickywinish Anne Victoire: don’t miss her blog and her tastings in paris (and maybe Milan 🙂 ). The UK batallion: Oliver, “the intoxicating prosator” Douglas, Lizzie, “Eat-like-a-girl” Niamh and Video-Denise: cheers guys.

The super-kind Victor and the Italo-French-Spanish Ivo kept me company. The live tweets of Michael Oudyn were entrataining as much as the chats with Luiz and Gwen.

Finally I listened to the interesting preentations of Philppe and Evelyne, sitting at the side of austrian Julia and the-only-other-italian Anna, had a charming chat with Edviges.

It has been a privilege to meet Rachel together with Doug Cook and being able to bore him with constant talking on Twitter… hope to catch up soon with you guys in Italy or SF.

It has been a great week-end, I won’t miss next year edition wherever it will be. (fingers crossed 🙂 )

Dalla SEO alla Search Friendliness?

Lo scorso week-end l’ho trascorso a Lisbona in compagnia di un centinaio di Wine-Blogger, tra cui uno d’eccezione: Doug Cook, creatore di AbleGrape (il motore di ricerca dedicato al mondo del vino) e ora Director of Search presso Twitter. Doug ha presentato alcune slide assolutamente brillanti su quale strategia adottare per una maggior “Search-Friendliness”, per risultare insomma più fruibili col proprio sito o blog dai motori di ricerca.

Trovo fondamentale, oltre che graziosissimo (Humblevino/Spamovino) il concetto della slide 3 in cui Doug spiega che con 1.000 visitatori contro 10.000 visitatori puoi avere più conversioni. Relevance is everything.


Ospite al World Business Forum di Milano

Grazie a Augusta e a HSM domani sarò ospite a uno degli eventi più rilevanti e esclusivi a livello mondiale: il World Business Forum, in edizione milanese. Sia come gentilezza nei confronti dell’organizzazione sia come spirito di servizio verso la comunità web io e altri blogger presenti condivideremo alcuni racconti, foto, video, stimoli, idee attraverso twitter, facebook e i nostri blog. Per l’occasione è stato coniato un “tag” ufficiale, una parola d’ordine che renderà facile reperire e riordinare i contributi:

#wbfmi

Trovetete quindi i contributi seguendo Twitter e FriendFeed e facebook

Oltre all’intervento di Bill Clinton, che sarà a porte chiuse 😦 ecco chi cercherò di seguire aggiornandovi sui social network di cui sopra e su questo blog:

GARY HAMEL UNO DEI MASSIMI ESPERTI MONDIALI DI BUSINESS STRATEGY

LYN HEWARD DEL CIRQUE DU SOLEIL CHE PARLERA’  DI GESTIONE DEI TALENTI

RAJENDRA PACHAURI DELL’INTERGOVERNMENTAL PANEL ON CLIMATE CHANGE

RODRIGO DE RATO EX DIRETTORE GENERSALE DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

ANDREAS WEIGEND EX CHIEF SCIENTIST DI AMAZON CHE PARLERA’ DI MARKETING E WEB 2.0

Per l’occasione HSM ha creato una pagina che “pescherà” in automatico i contributi postati dagli ospiti: la trovate QUI.

Per certo so che saranno con me: Wolly, Marco Zamperini, Alberto D’Ottavi, Andrey Golub, Gianfranco Chicco… gli altri si aggiungano sotto.

Fare le cose bene… quello che porto a casa da Venice Sessions 4

La settimana scorsa ho avuto la fortuna (una delle tante che in questi anni il mio lavoro mi riserva) di prendere parte anche alla quarta Session delle Venice Sessions. Questa volta il tema era “Il futuro dei media nella Digital Age” e tra gli altri ospiti c’era “l’amministratore delegato della pubblicità mondialeMartin Sorrell.  (Ph. by D’ottavi)

Nei giorni immediatamente seguenti sono stato costantemente in viaggio (seguiranno dei post al riguardo), ma ho anche fatto decantare una serie di stimoli giunti da una giornata che è sempre intellettualmente molto faticosa. Il segnale più forte, più pulito, più puro alla fine è stato quello di Luca Sofri, che con una dorsale di dignità rara di questi tempi è stato in piedi mezz’ora per dirci che il futuro dei media ( e forse di qualunque altra cosa) è “fare le cose bene”. Sembra banale, ma una posizione etica incontrovertibile non lo è mai, tanto più di questi tempi. Oltretutto la presentazione di Luca è stata brillante e acuta. Qui sotto vi incollo i tre video, vale la pena ascoltarlo. Seguiranno altre riflessioni, vi rimando al canale youtube di Venice Session con tutti i video per approfondire o al sito.

http://www.youtube.com/venicesessions

http://venicesessions.it/

Ecco i video:

E per le marche, quale conversazione?

Verso quale conversazione stiamo andando? Una conversazione collaborativa o una conversazione competitiva? Se lo chiede Luca De Biase in lungo interessantisimo post (qui), introducendo una distinzione che secondo me durerà a lungo.

Nel post di Luca l’attenzione al tema è tutta politica e sociologica. C’è una conversazione collaborativa che è quella che è stata abilitata, resa possibile da Internet, fatta dalle persone e costituita da milioni di microconversazioni distribuite geograficamente e per interesse. Luca individua poi una forma (deviata, deviante, diversa?) di fare conversazione in rete che definisce conversazione competitiva, quella di chi approccia la discussione sul web come una tribuna politica, dove lo scopo non è co-creare qualcosa, ma convincere l’altro (gli altri). O quanto meno disturbare il “competitor”, il concorrente, il rivale politico, etnico, religioso, economico o il rivale nella conversazione in genere. Appare subito chiaro come dietro questi due approcci alla conversazione ci siano due modelli di pensiero, due visioni del mondo, quasi. Il dibattito, molto collaborativo, è già partito di domenica pomeriggio sul blog di Luca e vi lascio a quello per tutti gli aspetti sociali e politici.

Mi aggancio al discorso solo per proporre la variante marketing di questa distinzione, e provare un esperimento collaborativo. Proviamo a immaginare queste due tipologie di approcio alla conversazione per un brand, per una marca. La marca è abituata per definizione alla competizione, in qualunque stanza di marketing si parla di concorrenza, competitors etc etc. Verrebbe da pensare come naturale che un brand avvii delle conversazioni competitive sul web, cercando di dimostrare la sua superiorità. Ma nelle stanze del marketing si vive moltissimo anche di collaborazione: ricerche di mercato, R&D, test di prodotto. A pensarci bene a una marca dovrebbe venire altrettanto naturale avviare delle conversazioni collaborative.

Di primo acchito verrebbe da pensare che dato che il web è fortemente sociale, sia meglio per i brand tirar fuori il loro lato collaborativo. Il fatto è che il web è anche fortemente competitivo (basti pensare a ranking, traffico, aste di keywords) e quindi una marca dovrà giustamente difendersi in un territorio di competizione.

E quando sul web ci saranno marche concorrenti? Due produttori di pasta o di vino o di auto: cosa succederà quando due marche concorrenti si incontreranno nella stessa conversazione? Competeranno o collaboreranno? Avvieranno un dibattito da tribuna o una conversazione aperta?

Altra cosa: chi regolerà queste fattispecie? Come per la pubblicità arriveremo alla conversazione occulta, la conversazione sleale e la conversazione ingannevole?

Il punto è molto teorico, ma può offrire degli spunti a mio avviso interessanti. Domani a Venice Sessions se riesco provo a chiederlo a Martin Sorrell, vediamo che dice… Tornando a noi, quasi certamente la risposta è un po’ di tutte e due, allora proviamo a elencarne casi o forme. Inserite nei commenti un caso vero o teorico di conversazione collaborativa oppure competitiva per un brand? Cosa può fare una marca di collaborativo sul web? E di competitivo?

Blogfest 2009: quanti eravamo?

Sulla Blogfest 2009 mi hanno chiesto in tanti: “Ma quanta gente c’era?“. La cosa sembra aver preoccupato quelli che non c’erano più che quelli che c’erano, impegnati a girare tra i barcamp e a stare in compagnia. Io ho incontrato un sacco di persone (e ho passato metà tempo in albergo con l’influenza 😦 ). I dati sui registrati ce li darà Gianluca. Quelli qui sotto (cliccate sull’immagine per vedere il ritratto collettivo di Organirama) c’erano di sicuro e a quanto pare si sono divertiti. All’anno prossimo.

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