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Whyred?

Nelle ultime settimane le due testate italiane che si occupavamo di Internet e innovazione hanno salutato i propri direttori. Riccardo Luna a brevissimo lascerà la direzione di Wired che aveva aperto e Luca De Biase lascerà quella di Nòva che ha condotto per molti anni rappresentando un punto fermo nella costellazione del web.

A modo loro (un modo molto diverso) Wired e Nòva tenevano aperto un dialogo, una conversazione, un dubbio: quello che il futuro potesse essere immaginato da chiunque lo sapesse sognare nel modo giusto e non solo dai cicli finanziari che già governano il presente. Nòva da parecchi anni godeva del rispetto di una nutrita schiera di imprenditori, giornalisti, consulenti, blogger. Wired aveva generato in poco tempo attorno a sè una fervida community. Così in questi giorni per le strade di Milano e per quelle del web serpeggia una sola domanda: Why? Perché?

Ho storpiato il titolo del post in Whyred? proprio per questo. Non per dare una risposta a un quesito (anzi due) che forse di risposte ne hanno troppe, ma per condividere un momento di spaesamento, in cui due forze che spingevano il paese in avanti vengono fermate senza un motivo apparente o dicibile.

Quindi continuiamocelo a chiedere: whyred? Perché dobbiamo rinunciare a Riccardo e Luca? Ma forse non dobbiamo nemmeno rinunciare a loro, ma solo seguirli altrove: sui loro Blog o su Twitter. Forse con la loro uscita dai rispettivi giornali Luca e Riccardo ci stanno, ancora una volta, indicando il futuro: le notizie che ci interessano non è detto che passino sempre per i giornali.

Flipboard, l’editoria, il web e l’ipad

Apple ha proclamato FLIPBOARD come “App of the Year” (qui la notizia). Flipboard è un social magazine o personal magazine, come viene definita meglio in questo video tutorial. Se non conoscete flipboard (e se avete un iPad) scaricatela, vi cambierà il vostro rapporto sia con la lettura delle notizie sia con i Social Network in mobilità.

A mio modo di vedere il fatto che Flipboard sia l’App dell’anno è un fatto importante per alcuni motivi che si possono evincere da questa ottima intervista al suo fondatore.

1) L’innovazione avviene fuori (Innovation happens elsewhere, diceva Bill Joy di SUN), ma non troppo lontano aggiungerei, visto che uno dei due founder di Flipboard è un ex uomo Apple che lavorava su iPhone. Insomma l’ennesima conferma che San Francisco e la Silicon Valley sono il posto dove le idee nascono, vengono discusse, testate, magari in uno Starbucks prima di farne una società, ma è lì che le informazioni circolano, in una cultura della sperimentazione e mai del sospetto.

2) Flipboard è una buona sintesi tra web e carta. (“The beauty of the print, the power of the webla definiscono sul sito). In questo senso è un prodotto molto importante, ha trovato la chiave di interpretazione che molti editori stanno cercando.

3) La storia di Flipboard ci mostra che faccia ha il successo vero sul web, fatto di:

Saper cambiare direzione.

We were originally thinking we’d bring this to the web, but in thinking about this, it was clear that a tablet—and the iPad rumors started to pick up pace—it was pretty clear that betting on a tablet, and form factor, would be the idea. So we started designing for that, hoping and praying that something would actually happen there. And lo and behold it did. And then when the iPad came out we really just bet the whole company on it. So we designed something really specifically for the iPad and that really captured this idea.

Avere numeri veri…

How many times has Flipboard been downloaded?

All I can say is it’s a significant percentage of the iPad population.

…e fatti in fretta.

Flipboard’s launch was as chaotic as it seemed from the outside. It took 20 minutes to max out Flipboard’s servers. The company actually asked Apple NOT to feature Flipboard in the iTunes App Store.

4) L’importanza degli RSS.

We use RSS as a guideline or a proxy for how much of an excerpt the particular publisher is willing to show. We’re basically the same as like Pulse or any other RSS reader in terms of the amount of content we’re showing. In fact we actually don’t, Pulse would even show more of an article than we will, because many RSS feeds are actually the entire articles, we don’t do that. We bring people right to the websites.

5) Flipboard è un buon esempio di “come portare il web su iPad”. Trasformandolo in una nuova esperienza. Sembra essere questo il sottotesto della decisione di Apple.

6) Riconferma (se mai ce ne fosse stato bisogno) il ruolo centrale e fondamentale della Usabilità, della User Interface e dell’esperienza utente nei prodotti digitali.

7) Flipboard potrebbe ridefinire gli equilibri editoriali tra contenuto e pubblicità.

We think we can bring a totally new form of advertising to the table that will allow publishers to monetize their content by a factor of ten from what they’re currently doing with banner ads

If you look at web pages today, they basically are battlegrounds between content and ads. The ads are competing for the readers interest, the content’s competing for the readers interest. It’s a terrible experience, especially when you compare it to a magazine. It hurts the publisher. It hurts the advertiser. It hurts the reader.

[…]there have been probably about 130 publishers that have reached out to us in the last 4 days

Evocativa e significativa la metafora della pagina web come campo di battaglia tra contenuto e ads. Vedremo come evolverà Flipboard, intanto complimenti all’ottimo lavoro svolto sinora.

Una Road Map per la costruzione della Digital Reputation

Ieri durante il mio intervento al workshop Social Media for Business all’interno della Social Media Week Milano ho presentato questa road map su cui sto ragionando da tempo e che sarà oggetto di un prossimo articolo e di parte del prossimo libro. La riproduco qui per portare avanti assieme a voi il ragionamento. Che ne pensate dei 5 step?

Lady Gaga fa lezione di web marketing. (È facile se sei una RockStar, ma ha ragione…)

Certo è facile dire come avere successo su Internet se sei una rock star planetaria, ciò non toglie che i principi di cui ci parla questo video siano validi. E se hanno trasformato Stefani Germanotta in Lady Gaga possono di sicuro dare un po’ di lustro o popolarità online a qualunque marca.

1) Tella a Consistent story. Trovate una storia rilevante e un posizionamento chiaro.

Definite la vostra visione, il vostro tono di voce e affiancatevi uno “strategic team”. Da sempre parlo di Content is King, non perché la forma e la tecnica non siano importanti, ma credo che una Content Strategy di livello sia il vero lasciapassare per il successo di ogni attività di comunicazione online.

2) Engage your fans in a conversation. Intrattieni una conversazione coi fan.

Provocate, ascoltate e reagite, siate davvero socievoli, state al gioco. Offrite contenuto esclusivo e di qualità. Sembrano banalità, ma quasi tutti i casi di comunicazione sui Social Media vedono una capacità reattiva dei brand mutilata da processi interni, policy pensate per il secolo della TV e non di Internet, apparati burocratici farraginosi, mastodontici e timorosi al tempo stesso. L’elefante che inciampa sul topolino.

3) Connect the content. Integrate i contenuti.

Collegate il vostro contenuto con altri, distribuitelo su ogni piattaforma possibile, non lavorate da soli. Internet è il regno della collaborazione. È una rete e nessun nodo potrà mai essere dominante, l’unico modo di stabilire un filone di pensiero o di opinione dominante è di coinvolgere in modo strategico quanti più nodi possibile. Il network. Il networking. Integrate i contenuti on quelli del vostro network, ampliate il vostro network coi vostri contenuti.

4) Fish where the fish are. Andate dove stanno i vostri consumatori.

Offrite contenuti altamente condivisibili e liberi. Anche questo parrebbe un’ovvietà, ma la cultura dominante di chi fa web in/per le aziende è ancora quella di costruire enormi gabbie che troppo spesso rimangono vuote. Le persone alla mattina aprono facebook, non il sito di un’azienda.

5) Reinvent business. Reimmaginatevi il vostro business.

Immaginate nuovi usi e modelli per la marca, inventate nuove regole. Se si sono rispettate le prime quattro regole forse si può iniziare a fare qualcosa di finalmente davvero un po’ “osè”, provare a innovare, immaginare un nuovo modo di parlare con il mercato o di vendere attraverso la rete. Questo è davvero più facile se si è una rockstar, ma anche se non ci si riesce è un esercizio molto salutare per chi deve comunicare.

Un amico vale più di mille badge? [facebook Vs. foursquare]

Una veloce premessa. La geolocalizzazione è una funzione di alcuni device tecnologici (smartphone con gps) e servizi web (social network) che consentono alle persone di identificare e comunicare il posto esatto in cui si trovano. Il fatto di condividere pubblicamente o semi-pubblicamente (ai propri contatti) la “location” in cui ci si trova innesca una serie di possibili conseguenze: scoprire chi dei propri contatti è lì, accedere a servizi mirati, scoprire l’esperienza avuta in quei posti da altre persone, lasciare traccia della propria esperienza etc etc

Una piccola parte di appassionati di tecnologia (generalmente definiti “Early Adopters”, quelli che hanno sempre le cose prima degli altri) stava già “giocando” da alcuni mesi con la Geolocalizzazione grazie a Foursquare. Foursquare è un geo-social-network costruito con molte feature tipiche di un gioco (punti da ottenere, premi da ricevere, segnalazioni da lasciare/scoprire…) che probabilmente hanno titillato la fantasia di noi early adopter, che spesso per nostra natura siamo anche un po’ geek.

Passato qualche mese i Location Based Services e la gelocalizzazione sembrano diventare il nuovo Eldorado del Marketing e la nuova frontiera di innovazione della società. Qualunque servizio web dichiara di stare sviluppando la propria piattaforma di geolocation. Passa qualche altra settimana e, dopo Twitter, anche facebook annuncia la propria soluzione: Places, rilasciato in alcuni paesi nella seconda metà di Agosto e presto anche in Italia.

Sono innumerevoli i post sull’argomento. Quasi tutti (senza ben capire perché) ritengono Places lesivo della privacy, il che a me pare abbastanza ridicolo, è come ritenere lesivo della privacy un megafono: dipende da come lo si usa, no? È controversa, invece, l’opinione sul duello tra Facebook e Foursquare per chi diventerà la piattaforma di riferimento in termini di geolocation.  Non amo fare previsioni, ma posto che, come sempre, sarà la “pancia” mainstream degli utenti a decidere le sorti di questa sfida a leggere alcuni segnali deboli pare non ci sarà partita e da qui alla fine dell’anno facebook diventerà la geo-piattaforma dominante. Proviamo a considerare i seguenti fattori:

– nonostante l’uso intensivo e invasivo di foursquare è sempre stato un numero limitato di utenti (gli early adopters) a attivare il servizio, suscitando curiosità (a volte fastidio) da parte degli altri.

– i servizi esclusivamente “geo” sono già più d’uno (foursquare, gowalla) e si contendono un mercato di nicchia

– un utente mainstream che volesse dar seguito alla curiosità e provare foursquare deve registrarsi su un servizio terzo, il che è un grande ostacolo in partenza e all’uso (anche dal device mobile serve aprire un’altra app e non la solita, cioè facebook)

– facebook places, sull’onda dell’Hype, è l’argomento del mese ed è lì: pronto da provare per tutti i 500 milioni di utenti facebook

– la apparente iniziale “povertà d’esperienza” di una registrazione effettuata con places rispetto a una effettuata con foursquare (badge, tips, punti) è apparente e ingannevole. Quando facebook places sarà a regime la “ricompensa” che se ne potrà trarre sarà molto maggiore dell’ennesimo badge, sarà l’integrazione con in nostro lifestream, sapere le relazioni che i nostri amici hanno con quel posto e tutto il Social Graph di un luogo.

Insomma, a guardarla con un po’ di distacco sembra quasi che foursquare abbia “tirato la volata” a facebook places, scatenando la community dei blogger sull’argomento, incuriosendo il pubblico generalista e sdoganando un concetto che adesso facebook può applicare alla massa. E a meno che foursquare sappia evolvere rapidamente in qualcosa di più e di utile, rischia di veder crescere le attività di geolocation su FS a ritmi esponenziali che non potrà contrastare… A quel punto su quale location vorrete registrarvi? Su quella da 20 early adopters con cui siete blandamente connessi o su quella con 200 amici?

E il marketing? Sicuramente arriverà (ci metterà un po’, prima del 2011 in Italia no vedremo, secondo me, grandi casi) e le potenzialità sono moltissime, ne riparleremo più avanti. In Israele c’è già un interessante esperimento di Coca Cola che integra Geo Location e RFID. Per finire le opportunità che la geolocalizzazione offre sono tantissime, basti solo pensare a: marketing di prossimità, rilevazione delle esperienze territoriali, promozione delle località turistiche, promozioni sul punto vendita, assistenza in mobilità…

I Social Network possono ridare valore ai siti delle aziende.

Da un paio di mesi ho una rubrica sul mensile Pubblicità Italia (sito qui, presto rinnovato…) di recente passato di mano a un nuovo gruppo editoriale a cui fa capo anche Televisionet. Rispettando i tempi editoriali li ripropongo qui un po’ dopo, quando il numero in questione non è più reperibile in edicola.

Una credenza ancora ben radicata nella testa dei marketers è che non si debba linkare a siti esterni dai siti aziendali. Non vi è convinzione più sbagliata e dannosa. Concepire un sito aziendale, senza link a siti esterni equivale a ignorare il mondo che circonda l’azienda e fornire un disservizio ai propri clienti. Internet, infatti, è sempre più usato dai consumatori  per formare la decisione d’acquisto e un prospect che giungesse su un sito privo di link esterni finirebbe per non ritornarci, cercando attraverso i motori di ricerca o altrove le informazioni sul prodotto che pensa di acquistare. Tutto ciò diventa ancora più importante con l’avvento dei Social Media. Un sito aziendale che ignori la conversazione sui media sociali è destinato a restare isolato e non sviluppare tutto il valore potenziale che ha in sé. Vediamo perché.

Aprirsi alla conversazione.

Se un consumatore arriva sul sito di un’azienda e trova dei link a “conversazioni” esterne a quel sito riceverà un servizio dall’azienda ancor prima di diventarne cliente. Un ottimo modo di iniziare un rapporto. Oltre a ciò il sito guadagnerebbe immediatamente dei contenuti freschi e aggiornati. Un primo contributo di valore, a un costo davvero basso.

Diventare la centrale di informazioni sui propri prodotti.

Il sito ufficiale di un prodotto dovrebbe essere la fonte di informazioni più completa e autorevole sul prodotto stesso, è un’ovvietà, eppure nella maggior parte dei siti delle aziende si trova una scheda tecnica del prodotto e poco altro. Prove d’uso, prezzi, recensioni abbondano in rete, ma a giudicare dai siti aziendali sembrano non esistere. Perché deve essere Google o qualche blog la fonte di notizie più aggiornata sui vostri prodotti? Raccogliere queste notizie nel proprio sito è già un primo passo che lo renderebbe più interessante a molti occhi, compresi quelli dei motori di ricerca e inviterebbe la gente interessata a tornare per cercare nuove notizie. L’aumento di traffico è il secondo effetto positivo: sembra un paradosso, ma a pensarci bene non lo è. Se un sito ci segnala cose interesanti, ci torniamo ogni giorno!

Dimostrarsi sicuri dei propri prodotti.

Un’azienda che non teme il giudizio dei consumatori dà l’impressione di essere un’azienda sana e con prodotti affidabili. Il solo inserimento di recensioni esterne dà immediatamente al vostro sito (e al vostro brand) un aspetto più affidabile e positivo. Altrettanto dicasi per la decisione di entrare nei social media con delle presenze ufficiali. L’assenza da tali spazi, anzi, rischia sempre di più di venire percepita come un segnale negativo, come la dimostrazione che l’azienda ha qualcosa da nascondere. Aprire dei presidi sui Social Network, intervenire nelle discussioni riguardanti i propri prodotti e pubblicare le opinioni dei consumatori sul proprio sito significa trasmettere maggior valore a consumatori.

Costruire un rapporto di fiducia.

Avere un sito aziendale trasparente e che riporti le reali opinioni dei consumatori, con lodi e critiche è il primo passo verso la costruzione di un rapporto di fiducia con i propri clienti on-line. È per questo che è fondamentale evitare scorciatoie e “furbate” quali l’aggregazione di recensioni false o solo smaccatamente posivitive. Qualche critica renderà il sito più credibile, a beneficio di tutti gli altri contenuti.

Dal sito all’HUB

Quanto sopra rappresenta solo un primo passo verso un’integrazione che sarà sempre più virtuosa. I Social network consentono ormai di integrare in modo semplicissimo le conversazioni relative a un brand su un sito a loro esterno, spesso offrono anche la possibilità di usare le credenziali di acesso degli utenti presso siti terzi. Rinunciare a lunghe procedure di raccolte dati per la registrazione, sostituendole con un semplcie clic e usando le credenziali di facebook, per esempio, sicuramente comporta una rinuncia: non avere a disposizione l’email o altri dati. Ma come prima fase di approcio al cliente tale rinuncia è forse ampiamente compensata dal fatto che si possono avere così molti più contatti da coltivare e da cui ottenere altre informazioni in futuro.

Il principio di fondo è che essere “aperti” e “sociali” sul web paga: in termini di visite, in termini di qualità dell’interazione, in termini di rapporto coi propri clienti. Utilizzare le soluzioni previste per i brand dai Social Media e integrarle in siti sempre più aperti e sociali  è la strada da seguire per le aziende, che devono naturalmente tendere a dove sta il mercato e non riunchiudersi in torri d’avorio che richiedono procedure di registrazione complessissime per accedere a contenuti di scarsa rilevanza. Il marketplace di Internet aspetta le aziende insomma, bisogna un po’ immergersi e venire allo scoperto, ma un gran numero di consumatori vocianti aspetta di essere convinto a comprare un prodotto.

Per approfondire:

YouTube: presidenti a confronto.

È talmente reale ciò che arriva attraverso la rete e YouTube che diventa quasi imbarazzante. Attraverso il web arrivano senza filtri le opinioni delle persone, la vita delle aziende senza il maquillage degli spot e anche la voce dei politici, senza calze sulla videocamera e senza l’artefatto delle tibune politiche. Ecco come si presentano su YouTube i presidenti degli Stati Uniti d’America Barack Obama e dell’Italia Giorgio Napolitano.

Barack Obama

  • Diretto (con un video fatto ad hoc per YouTube)
  • Vicino (sorride, ha una presenza calda)
  • Chiaro (parla guardando in macchina, in un linguaggio semplice e coi sottotitoli)
  • Aperto al dialogo (spiega le sue decisioni e accoglie centinaia di commenti)
  • Ordinato e curato (un canale curato sin nei minimi dettagli)

Giorgio Napolitano

  • Riciclato (sono tutti spezzoni TV caricati su YouTube)
  • Distante (è sempre ripreso da lontano, a volte con macchina traballante e in pose che ne evidenziano l’età)
  • Retorico (parla per la TV, per luoghi comuni, non alla gente)
  • Disinteressato al dialogo (commenti disattivati)
  • Trascurato (un canale approssimativo in tutto, dalla grafica ai testi)

Insomma il confronto è impietoso, e i difetti sono tutti imputabili a una gestione del canale che si dimostra priva di obiettivi e di conoscenza della rete, sembra quasi che il canale sia stato aperto per prendersi della facile copertura stampa in occasione del messaggio di Natale del 2009 e che ora vivacchi semiabbandonato, dando al paese l’ennesimo disservizio e contribuendo a consolidare un’immagine dell’Italia come paese tecnologicamente arretrato, pressapochista e vecchio.

Tutto quello che avreste voluto sapere sul buzz…

…ve lo dice Clio Zammatteo in arte ClioMakeUp, che a forza di usare la webcam al mattino, invece dello specchio, è diventata famosa, ha scritto un libro ed è diventata la “Web MakeUp Artist” in esclusiva per Pupa. Il video online e gli user generated content in particolare sono e saranno sempre più centrali, ce lo dimostrano anche queste due slide di Forrester research secondo cui nel 2011 il video sarà la prima tipologia di contenuto fruita online e il primo tipo di video visto dai teen agers sarà “Videos created by other people”.

La ragione del successo di Clio è che è vera, parla come le ragazze che la seguono e le rispetta e sa proteggerle e proteggersi (“I videotutorial saranno sul canale di Pupa non sul mio YouTube che resta “pulito”, non voglio obbligarvi a vedere delle cose che non volete“), anche se ovviamente ha già imparato il mestiere e si preoccupa di dire che le aziende che la contattano (“e dei cui prodotti non fa le review per rispetto delle sue follower”) comunque “non fanno male”.

Investite 15 minuti a guardare il video di Clio: involontariamente e candidamente ci dà una lezione di come approcciare e gestire i blogger, gli “online influencer”, i “connectors” chiamateli come volete.

Dai Fan al “mi piace” passando per i follower. Considerazioni semantiche e strategiche per i brand.

Recentemente facebook ha introdotto una modifica ai servizi riservati alle aziende: le pagine che i brand possono aprire non si chiameranno più “Fan Page” e non avranno più il bottone “Diventa Fan” come azione richiesta all’utente per seguire gli aggiornamenti della marca. Sembra una modifica da poco, ma da un lato c’era chi già si stava costruendo piani di comunicazione, dall’altro un concetto importante, che si stava pian piano affermando è stato eradicato: con quali conseguenze?

Gli operatori di digital marketing hanno passato gli ultimi mesi a cercare di introdurre nei propri benchmark, nei propri piani e nei propri report il concetto di “Fan” per un brand. In alcuni mondi (marketing sportivo, entertainment…) il concetto di Fan è connaturato alla natura stessa del mercato, sono anzi state proprio le Rockstar e le Sportstar a fare da driver su facebook per molte fanpage di successo (a proposito: come le chiameremo adesso?). Diverso il discorso per i brand, con rarissime eccezioni che fanno scuola a sé (Apple, CocaCola, HelloKItty e poche altre) le marche o le aziende non hanno “fan”, non hanno “tifosi”, non li hanno mai avuti e, soprattutto, non sanno come gestirli.

Le aziende hanno consumatori, clienti, a volte felici a volte arrabbiati, forse hanno cultori e appassionati, ma quelli di Fan (tifosi) è un concetto troppo forte che sinora non era mai rientrato nelle teorie di marketing o nelle leve da sfruttare. C’era chi addiritittura aveva immaginato l’avere “1.000 fan autentici” come la formula contemporanea del successo, i Fan come gatekeeper della popolarità verso il successo di massa.

Il concetto di fan e la “Fan Culture”, d’altronde, non li ha certo inventati facebook, anche nella comunicazione è un movimento di massa che viene osservato da alcuni anni: si pensi solo all’ottimo lavoro di Henry Jenkins con Fans, Blogger e videogamers che analizza l’insorgere di un fenomeno di costume per cui consumatori sempre più appassionati e fidelizzati intervengono nei processi creativi e comunicativi della marca “dal basso”, ma con un influenza non più trascurabile. O si veda qui da noi l’ottimo lavoro di Giovanni Boccia Artieri che con “I Media-Mondo” esplora i temi della partecipazione ai media da parte di quelli che una volta erano “gli spettatori”.

Facebook, con la sua rapida e tumultuosa ascesa e il repentino raggiungimento di 400 milioni di utenti attivi e identificati con nome e cognome, ha semplicemnte portato a galla tutto questo, rivelando il nostro essere fan della Pizza o di Totti, ma anche di Apple o della Fiat 500. Informazioni preziose, ma anche l’abbozzo di piattaforme comunicative nuove per i brand. Dopo un paio di anni alla finestra alcune aziende iniziavano a pianificare attività per la propria “fan base”, trasformandosi in editori, in entertainer, in Media Companies per dirla “à la Forrester. Lo scoprire di avere (o di poter avere) dei Fan su Internet è stato accolto da alcuni marketing manager di casa nostra prima come una preoccupazione, poi come un fenomeno da comprendere, infine come una miniera d’oro da sfruttare. Probabilmente la verità sta nel mezzo, resta il fatto che il concetto di Fan stava producendo innovazione e sperimentazione salutari in molti piani di marketing.

Ora Facebook, preoccupata probabilmente di non avere trend di crescita sufficientemente alti negli investimenti pubblicitari a sostegno di queste pagine e di appianare uno scalino concettuale per i marketing manager meno familiari col web, ha eliminato il bottone “Become a Fan” e con esso tutto quanto ci siamo detti sopra, sostituendolo con un “Mi piace”.

C’è chi sostiene, come Fabio Giglietto, che sia un bene, dato che “diventare fan, almeno in alcune culture come l’Italia, non ha un’accezione molto positiva…” C’è poi chi cita un’email di facebook alle agenzie di advertising americane che sosterrebbe che: “‘Like’ offers a simple, consistent way for people to connect with the things they are interested in” – il like è un’azione più semplice per gli utenti – e che:  “These lighter-weight actions mean people will make more connections across the site, including with your branded Facebook Pages” – con un’azione più semplice le aziende avranno più fans… pardon, amici… pardon… come li definiamo ora? Poi c’è chi si preoccupa che questa novità possa essere “al limite della truffa”, visto che siamo abituati a fare like senza subire le conseguenze” di ricevere poi aggiornamenti da una persona. Insomma un’edulcorazione dell’interazione e a mio modo di vedere è proprio questa edulcorazione il suo limite principale, che crea due problemi:

– Che fine fanno i Fan?

– Come definiamo concettualmente le interazioni tra brand e persone sui Social network?

“Che fine fanno i Fan?” è una domanda che prendo a prestito da Andrea Colaianni, ma che secondo me non significa “che fine fanno dentro facebook“, è irrilevante che fine fanno dentro facebook, secondo me “Che fine fanno i Fan?” significa che fine fanno nella testa dei direttori marketing, che fine fanno nei piani di comunicazione delle aziende. Se il termine poteva essere “troppo americano” il concetto era sicuramente innovativo e “importante”. Non abbiamo nemmeno lasciato il tempo alle aziende di familiarizzare con una nuova forma di relazione con i consumatori, con una nuova categoria di stakeholder, che subito gliela annacquiamo. “Che fine fanno i Fan?” secondo me è la domanda che gli operatori devono porsi nei prossimi mesi, cercando di trattenere quel che di buono c’era e di costruire piani, piattaforme, azioni di comunicazione che facciano leva su quella nicchia, grande o piccola, di consumatori che sono dei fan della marca, e che possono avere il ruolo di connector, di hub, di diffusori del messaggio di marca. O c’è chi ancora pensa che il viral marketing si faccia con un video “creativo”?

Definire concettualmente il ruolo dei consumatori che interagiscono con la marca nelle piattaforme di Social Networking è l’altra sfida aperta da questa decisione. Lo dico con un po’ di sollievo perché se da un lato il concetto di Fan ha una sua rilevanza, dall’altro era probabilmente riduttivo. Non tutti i consumatori disposti a interagire con la marca hanno quel grado di empatia e le interazioni possibili non si limitano solamente a azioni “da Fan”, ma saranno sempre più simili a un customer care evoluto, a un servizio clienti online, quando non a uno store, come detto in precedenza. Definire Fan i navigatori che scelgono di affiliarsi a una pagina aziendale era troppo restrittivo, una volta “salvati” i veri fan e creato loro un playground, un laboratorio dove sperimentare assieme alla marca, a mio modo di vedere è ora di passare a una relazione più matura da parte dell’azienda verso i propri consumatori online. In questo senso il “like” non aiuta, è ancora troppo emozionale, giocoso e, soprattutto, non declinabile. I “likers”? Non mi pare proprio il caso…

E se chiamassimo in soccorso il concetto di followers? Semplice, ricco di senso, già sperimentato con successo da Twitter e adatto sia a chi vuole una relazione forte ed emotiva con la marca sia a chi preferisce un approccio asettico e informativo. I navigatori possono sentirsi “Followers” nel senso di “seguaci”, “adepti”, “sostenitori” di un brand oppure possono più comodamente decidere di “Follow” di seguire un’azienda e i suoi aggiornamenti perché curiosi o interessati ai suoi prodotti o servizi.

From Varie

Seguici su Twitter” è una proposizione semplice, sensata e accettabile per un brand da fare ai propri consumatori. Un negoziante non si vergognerebbe di dirla a un porprio cliente, mentre probabilmente non si sentirebbe a proprio agio a dirgli: “puoi diventare mio fan su facebook” o “Dì che ti piace il mio negozio su Internet”. In centro a Tokyo molti negozi espongono biglietti da visita che invitano a seguire su Twitter le novità, a volte addirittura è lo stesso registratore di cassa che lo fa.

Non tutto il male vien per nuocere, quindi, se le aziende sapranno trarre da questo piccolo mutamento due grandi lezioni:

1) I fan sono importanti, create uno spazio per loro.

2) La comunicazione di un brand deve essere “seguibile“, deve saper attirare e mantenere dei followers grazie a un mix sapiente di contenuti e community management.